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È nata una stella, e il suo nome è Mélissa Da Costa

Ha vent’anni appena ed è già ferita dalla vita, Ambre, capelli color dell’ambra tinti di nero corvino come ultima rinuncia provocatoria alla bellezza prima del gesto estremo, della disperazione, del vuoto che attanaglia tanti giovani come lei, nella realtà del nostro oggi. Fa riflettere la storia di Ambre, un personaggio di carta più vivo che mai nato dalla penna di Mélissa Da Costa, la nuova stella della narrativa francese che ha già conquistato i cuori di molte lettrici e molti lettori anche in Italia e che ora torna in libreria con Bucaneve.

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Rizzoli l’aveva portata da noi già nel 2021, quando sono usciti I quaderni botanici di Madame Lucie, la storia di Amande, trent’anni, che si rifugia in una vecchia casa nelle campagne francesi dell’Auvergne dopo la morte improvvisa di suo marito e della bambina che portava in grembo. Ha perso la voglia di vivere, trascorre le giornate in pigiama con le persiane chiuse, finché per caso non trova strani appunti di giardinaggio su agende e calendari scritti dalla vecchia proprietaria ormai defunta, Madame Lucie. La terra abbandonata e incolta circonda la casa e quegli appunti di orticoltura la spingeranno a respirare di nuovo la luce e i colori della vita. Un romanzo che ha lasciato il segno e il cui successo è stato replicato nel 2022 con Tutto il blu del cielo, il viaggio senza ritorno di Émile, 26 anni, malato di una forma di Alzheimer precoce e inesorabile, che decide di vivere i suoi ultimi giorni realizzando il sogno di attraversare i Pirenei a bordo di un camper.

Mélissa Da Costa è tra i 10 autori più venduti in Francia

Coi suoi romanzi bestseller Mélissa Da Costa, tra i dieci autori più venduti in Francia negli ultimi anni, nel 2022 terza in classifica appena dietro due giganti quali Guillaume Musso e Joël Dicker, dimostra quanto bene faccia, o quanto piaccia, certa letteratura che affronta temi dolorosi e delicati come il lutto, la malattia, l’abbandono, il fallimento.
Forse anche e soprattutto perché le storie che ci narra Mélissa Da Costa invitano a tener fede al valore inestimabile, e inesauribile in fin dei conti, della speranza. «Credo che il motivo del successo», ha spiegato l’autrice a Ida Bozzi, che l’ha intervistata sulle pagine della “Lettura”

«sia il fatto che i miei libri parlano ai lettori di aspetti molto intimi, richiamando un loro vissuto: le emozioni sono al centro, però non esito a tratteggiare anche la sofferenza, i lati più oscuri della vita»

Così è Bucaneve, il primo romanzo scritto da Mélissa Da Costa ma pubblicato in Francia soltanto nel 2021 e in Italia l’aprile scorso sempre da Rizzoli, con la traduzione di Elena Cappellini.

«Philippe spinse la porta del monolocale e si stupì di trovarlo al buio. Ambre non aveva aperto le imposte, la stanza era immersa nell’oscurità. Eppure, era mezzogiorno passato. Era andato da lei subito dopo la riunione. Era già una settimana che non si vedevano. Succedeva sempre così. Bastava che non passasse per qualche giorno e Ambre si chiudeva in se stessa. Ci volevano ore per tirarla su di morale, per convincerla ad abbandonarsi ancora tra le sue braccia.»

Sono le prime righe del romanzo. Philippe è un quarantenne in carriera, marito e padre. Ambre è la sua amante; ha lasciato genitori e fratello, con i quali non condivide nulla se non una famiglia incapace di affetto e di dialogo, di generosità e di comprensione, e si è trasferita nell’appartamento che lui le ha messo a disposizione per i loro incontri segreti, sbilanciati, senza futuro. Una storia apparentemente come tante, se non fosse che Ambre ha solo vent’anni, credeva di vivere un amore assoluto ma si è ritrovata ferita a sangue da un amore tossico che le ha tolto la speranza, asfissiandola.

Mélissa Da Costa racconta l’amore tossico

«L’amore tossico si modula sull’appropriazione psicofisica del partner, si nutre della sua vitalità, vive a spese dell’altro, che invece muore. Ma dove nasce e dove s’impara questo tipo di amore asfissiante e letale?», si interroga Laura Pigozzi, psicoanalista che con Rizzoli ha pubblicato Amori tossici. Alle radici delle dipendenze affettive in coppia e in famiglia.

Dopo i precedenti Troppa famiglia fa male e Sorelle, nel suo nuovo saggio Laura Pigozzi, punto di riferimento della nuova psicoanalisi, analizza le relazioni che viviamo in famiglia e fuori, parla di madri, mariti, amanti, amici, colleghi per concentrarsi su quei legami che diventano predatori, che ci tolgono spazio, che ci depotenziano, che ci fanno male per indagare infine le varie forme di amore tossico, dai serial lover ai fanatici dell’amore assoluto, dal fenomeno del ghosting a quello del gaslighting che insidiano la nostra epoca.

Perché siamo tuttə Nina Dean

Dietro quelle persiane chiuse a mezzogiorno Ambre tenterà di farla finita, l’arrivo di Philippe la salverà e la convincerà a concedersi una seconda possibilità con la vita, una fuga in un borgo delle Alpi francesi, Arvieux, dove la leggenda narra che i bucaneve, le uniche piante che fioriscono nella neve, sono simboli di speranza e di rinascita. Assunta come cameriera stagionale in un albergo di amici di Philippe ignari del suo passato, Ambre ricomincerà a muovere i primi passi in un mondo nuovo, dove la natura incontaminata è già un abbraccio di per sé e dove, soprattutto, Ambre sarà accolta da una comunità di persone – i colleghi dell’hotel – ognuna col proprio passato-presente doloroso, ognuna in bilico alla ricerca di un equilibrio, tutti testimoni attivi e passivi del valore e del potere rigenerante dell’amicizia. Hanno sperimentato i lati oscuri della solitudine e dell’isolamento, e ne sono usciti aprendosi agli altri. Bucaneve, come recita la frase stampata in copertina, è «il romanzo degli altri: quelli che ci feriscono, ma soprattutto quelli che ci guariranno».

Nei giorni scorsi ha destato attenzione l’appello, lanciato e ripreso anche dalla stampa italiana, di Vivek Murthy, medico e Surgeon General degli Stati Uniti, tra le cariche statali più importanti in ambito sanitario. In un editoriale scritto per il “New York Times”, Murthy ha raccontato la sua esperienza personale di dolore, «when I found myself struggling with loneliness», rivela il medico. Nelle prime righe dell’articolo Murthy prende spunto dalla storia singolare di un suo paziente, impiegato per anni in un’industria del settore alimentare, uno stipendio e un’esistenza modesti, che a un certo punto vince alla lotteria, compra una grande casa e si trasferisce in un altro quartiere.

«Vincere alla lotteria è stata una delle cose peggiori che mi sia mai capitata nella vita», raccontò il paziente a Murthy, spiegandogli come in realtà la nuova vita da ricco lo aveva privato della comunità in cui viveva, del rapporto con gli ex vicini e con gli ex colleghi, facendolo precipitare in una solitudine che alla lunga si accompagnò a ipertensione e diabete. A Murthy succede una cosa simile: alla fine del suo primo mandato come Surgeon General, racconta, «mi ritrovai all’improvviso senza più contatti con i colleghi con cui avevo trascorso la maggior parte del mio tempo. La cosa non sarebbe stata così grave se non avessi commesso un errore madornale: durante il mio mandato, avevo trascurato i miei amici, convinto che dovevo concentrarmi sul lavoro e che non avrei potuto fare entrambe le cose».

Anche quando era fisicamente vicino alle persone che amava, confessa il medico, in realtà «non ero presente: controllavo di continuo la posta e rispondevo ai messaggi. Alla conclusione del mio primo mandato, provai vergogna a ricontattare gli amici che avevo a lungo trascurato. La solitudine, come la depressione a cui può essere associata, può intaccare l’autostima e la consapevolezza di sé, che è quello che è successo a me». A oggi, ci avverte allora Vivek Murthy, un americano su due soffre di una qualche forma di solitudine, ricco o povero, giovane o anziano che sia. La sua invisibilità, dichiara il medico, è una delle ragioni per cui è così insidiosa e, dunque, siamo tutti chiamati a prendere consapevolezza della solitudine e dell’isolamento in cui vivono milioni di persone, così come «delle gravi conseguenze per la nostra salute fisica e mentale e per il benessere collettivo».

«Perché hai paura del nostro aiuto?» chiede a Ambre la collega Rosalie, che soffre di fobia dell’abbandono, madre single della piccolissima Sophie. «Perché quando lasci che le persone ti aiutino, poi non puoi più vivere senza di loro», risponde Ambre. «È solo un’impressione», ribatte Rosalie, in uno dei dialoghi centrali del romanzo. «Sai, per tanto tempo ho creduto che se fosse successo qualcosa a mia madre non sarei sopravvissuta. Avevo solo lei. E mia madre pensava di non poter vivere senza mio padre. Eppure, l’ha fatto e mi ha cresciuta. E l’ho fatto anch’io e oggi ho Sophie».

«Quindi… cosa vorrebbe dire?»

«Che riusciamo sempre a trovare la forza di superare tutto, anche quando abbiamo la sensazione che moriremo di dolore. E sai come si supera tutto?», continua Rosalie, «Grazie agli altri. Alle persone a cui consenti di aiutarti. È come una catena in cui gli anelli si legano l’uno all’altro, all’infinito. Gli altri ti fanno soffrire e poi arrivano altri “altri” che ti salvano. Tutti i mali vengono dagli altri, ma anche le guarigioni».

La solitudine dei giovani adulti secondo Mélissa Da Costa e non solo

Come una catena appaiono in effetti le comunità che si formano sui social, su TikTok i video accompagnati dagli hashtag #solitudine e #tristezza contano migliaia di visualizzazioni e su Instagram la rubrica settimanale “Il martedì delle parole” di @lastefiandreoli, al secolo Stefania Andreoli, è un appuntamento immancabile per la sua community di 280mila follower. Psicologa e psicoterapeuta tra le più note e seguite in Italia, Stefania Andreoli ha da poco pubblicato con Bur il suo nuovo saggio, Perfetti o felici. Diventare adulti in un’epoca di smarrimento che, appena arrivato in libreria, ha conquistato il primo posto della classifica dei libri più letti.

Il nuovo saggio di Stefania Andreoli racconta una generazione incompresa

I giovani adulti, tra i venti e i trent’anni, ai quali Andreoli dedica il libro, arrivano da lei in grave sofferenza. «Non sanno chi sono, ma sanno chi non vogliono essere: persone impaurite, fasulle, che tengono più alla forma che alla sostanza. Che fanno finta che vada tutto bene mentre il mondo volge al termine, che si accontentano, che si piegano a compromessi di cui non possano apprezzare l’intelligenza funzionale della strategia. Che sono a disagio con gli altri, ma non vorrebbero che fosse così. Non vogliono fare discorsi sul più e sul meno tanto per dire qualcosa, non ne possono più di mettere in circolazione delle frasi fatte, non desiderano essere altro da Sé qualunque cosa significhi, pure se imperfetti – a patto di essere loro per davvero. Mal sopportano l’ipocrisia, l’ignoranza, l’insensatezza», proprio come mal le sopportano la protagonista di Bucaneve, Ambre, e Tim, altro personaggio decisivo del romanzo di Mélissa Da Costa. Allo chalet Tim fa l’aiuto-cuoco, ha ventidue anni e ha dovuto tagliare dolorosamente i ponti con la famiglia, incapace di accettare la sua omosessualità.

Di omofobia si può finire morti ammazzati, come succede a Isiah e al marito Derek, figli rispettivamente di Ike e Buddy Lee, i protagonisti di Legittima vendetta, romanzo del pluripremiato scrittore di crime americano S.A. Cosby che parla di vita vera nel profondo di quella faccia d’America provinciale razzista e omofoba.

“Legittima vendetta” è un potente affresco della provincia americana più profonda

«Non si è maschio o femmina secondo l’anatomia, bensì per il modo soggettivo e singolare di entrare in relazione con l’Altro, sia nel rapporto sessuale con una persona in carne e ossa, sia nella relazione di parola», scrive Laura Pigozzi in Amori tossici. «È nel modo in cui un soggetto entra nella dinamica della sessuazione, e non a partire dal sesso reale, che l’essere rappresentati da un genere prende senso». Leggete Bucaneve fino all’ultima pagina, giungete alla svolta sorprendente che prende il racconto della scrittrice e ritroverete la precisione delle parole vere della psicoanalista.