Chi è Mario Draghi, l’artefice del salvataggio dell’euro

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Redazione BookToBook
03 Feb 2021

Vola la Borsa e crolla lo spread alla notizia della convocazione al Quirinale di Mario Draghi, al quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella conferirà poco dopo l’incarico per la formazione di un nuovo governo “di alto profilo”, che dovrà portare il Paese fuori dalle sabbie mobili della crisi politica e al sicuro dalla pandemia.

Come presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi è passato alla storia per essere stato l’artefice di un salvataggio a detta di molti impossibile, in quell’estate del 2012 quando il caso del debito greco e italiano, spagnolo e portoghese, nel pieno di una crisi globale paragonabile solo a quella del 1929, rischiava di minare l’esistenza stessa del progetto comune europeo.

Due dei più accreditati giornalisti economici in ambito internazionale, Jana Randow e Alessandro Speciale, che per anni hanno seguito da vicino la BCE e la politica monetaria dell’Unione, in Mario Draghi l’artefice. La vera storia dell’uomo che ha salvato l’euro, che torna oggi in libreria per BUR Rizzoli, tracciano un ritratto esaustivo dell’ex presidente, con una particolare attenzione ai rapporti con l’Italia, al tema cruciale della vigilanza bancaria e al futuro dell’Unione e della BCE.

Mario Draghi. L’artefice

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Basato su una lunga serie di incontri e interviste con molte delle figure più importanti dell’economia e della finanza internazionale, il libro aiuta a comprendere chi è Mario Draghi ma, soprattutto, perché è l’uomo a cui tutti guardano da mesi per uscire dalla paralisi governativa in cui versa oggi l’Italia.

Com’è stato costruito il libro su Mario Draghi

Il racconto di Randow e Speciale prende avvio dalle poche pesantissime parole pronunciate dall’ex presidente della Banca centrale europea a Londra nel luglio 2012, nel momento più drammatico della crisi dell’Eurozona: quel “Whatever it takescon cui il governatore annunciò che la Bce avrebbe fatto «tutto il necessario» per proteggere la moneta unica.

«Perché quelle sue tre parole, “Whatever it takes” sono considerate le più potenti nella storia delle banche centrali? Per la credibilità di chi le ha pronunciate», scrive nella prefazione del libro Christine Lagarde, attuale presidente della Banca Centrale Europea, che attribuisce a Draghi tre elementi chiave della sua gestione della BCE: «Intelligenza, integrità e leadership».

A risuonare oggi ancora più profetiche sono le parole scritte nel 2019 da Jana Randow e Alessandro Speciale, nella prima edizione del libro:

«Quanto alla possibilità di un suo ruolo fuori dalla BCE, questo dipenderà in larga parte dalla situazione italiana. Ogni volta che il Paese incappa in una delle sue ricorrenti crisi di governo, sono in molti a vedere per Draghi qualche incarico a Palazzo Chigi o al Quirinale.»

 

«Nel vuoto di idee e di volontà politica che aveva paralizzato l’Europa durante la crisi», continuano i due giornalisti di “Bloomberg”, «non soltanto Draghi ha saputo approntare soluzioni pratiche ai problemi più immediati, ma ha anche saputo suggerire una visione, indicando un possibile indirizzo per il futuro». Esattamente ciò che si aspettano ora gli italiani.

Nel libro Randow e Speciale ripercorrono le tappe salienti della biografia dell’economista italiano e, attraverso la ricostruzione dei passaggi più difficili e drammatici che hanno visto Draghi protagonista dello scenario politico e finanziario internazionale degli ultimi decenni, arrivano a mostrare come e perché Draghi abbia saputo costruirsi quella «solida reputazione di competenza e di pacato pragmatismo», che induce molti oggi a pensare al suo nome come l’unico possibile e auspicabile per salvare l’Italia.

Sposato e con due figli, Mario Draghi è nato il 3 settembre 1947. A quindici anni si ritrova a fare da capofamiglia ai fratelli dopo la morte, a pochi anni l’uno dall’altra, del padre Carlo, che aveva lavorato per la Banca d’Italia, e della madre Gilda, farmacista. «Ricordo che a sedici anni, al rientro da una vacanza al mare con un amico, lui poteva fare quello che voleva, io invece trovai a casa ad aspettarmi un cumulo di corrispondenza da sbrigare e di bollette da pagare» dirà in un’intervista rilasciata a “Die Zeit”, offrendo un raro scorcio sulla sua vita privata.

Breve storia di Mario Draghi

Dopo il diploma all’Istituto Massimiliano Massimo di Roma, liceo gestito dai gesuiti che annovera tra i compagni di classe l’ex amministratore delegato della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, e il conduttore televisivo Giancarlo Magalli, Mario Draghi si iscrive alla Sapienza di Roma, laureandosi nel 1970 con una tesi intitolata Integrazione economica e variazioni dei tassi di cambio, sotto la guida dell’illustre economista Federico Caffè.

L’esperienza «che apre la strada alla trasformazione del giovane Draghi in Super Mario», scrivono Randow e Speciale, «arrivò solo dopo la laurea». Su invito del professor Franco Modigliani, Draghi si trasferisce oltreoceano per un dottorato di ricerca al Massachusetts Institute of Technology. «Il MIT rappresentava l’avanguardia del pensiero economico e vantava alcune delle menti più brillanti del settore. Cinque dei docenti di Draghi avrebbero vinto il premio Nobel per l’economia, compresi i suoi due relatori di tesi, Modigliani e Robert Solow. Tra i suoi compagni di corso c’erano Olivier Blanchard, futuro capo economista dell’FMI, il greco Lucas Papademos, destinato a diventare vicepresidente della BCE, e l’economista Francesco Giavazzi. Il suo compagno di stanza era Pentti Kouri, celebre economista finlandese e venture capitalist, scomparso prematuramente nel 2009. Ben Bernanke, a capo della Federal Reserve dal 2006 al 2014, conseguì il dottorato due anni dopo di lui».

Nel 1977 Mario Draghi è il primo italiano a conseguire un dottorato in economia al MIT. La tesi si intitolava Essays on Economic Theory and Applications «e tra i temi esplorati», notano i giornalisti, «c’era un’analisi dei pro e contro delle politiche di stabilizzazione a breve e lungo termine: una questione che avrebbe dovuto affrontare molto spesso nel corso della sua carriera».

Dopo il dottorato Draghi riprende la carriera accademica, insegnando nelle università di Trento, Padova, Venezia e Firenze. «Ma cominciò anche a muoversi al di fuori del mondo accademico. Nel 1983 diventò consulente del ministro del Tesoro Giovanni Goria; un anno dopo fu nominato direttore esecutivo alla Banca mondiale».

Draghi diventa così «anche un habitué di Palazzo Koch, l’imponente edificio neorinascimentale che ospita la Banca d’Italia. In qualità di consulente, aveva un ufficio in sede e partecipava alle riunioni del consiglio. La sua fama crebbe nel corso degli anni Ottanta, avviandolo all’incarico che gli avrebbe guadagnato il soprannome di Super Mario e lo avrebbe introdotto nel cuore della finanza e della politica globale: quello di direttore ge­nerale del Tesoro italiano».

Nominato dal presidente del Consiglio Giulio An­dreotti, Draghi riveste la carica per dieci anni, svolgendo un ruolo «che richiede un’attenta calibratura di compe­tenze tecniche e iniziativa politica». Meno di un anno dopo la sua nomina, il ministro del Tesoro Guido Carli riorganizza il dicastero, assegnando poteri più ampi al direttore generale. «Draghi diventa il suo braccio destro, quello a cui vengono affidati i dossier chiave».

Il 28 gennaio 2002, dopo un periodo a Harvard, Draghi viene nominato vicepresidente e direttore generale della divisione internazionale di Goldman Sachs.

Il 29 dicembre 2005 assume l’incarico di governatore della Banca d’Italia: «Palazzo Koch fu spazzato da una ventata di aria nuova», scrivono Randow e Speciale. Poco dopo assume la presidenza del Forum per la stabilità finanziaria, istituito nel 1999 dai Paesi del G7 per riunire le massime autorità finanziarie e monetarie del mondo.

Alle 11.52 del 24 giugno 2011, dopo un summit di due giorni dei leader europei a Bruxelles, Mario Draghi diventa il terzo presidente della Banca centrale europea, dopo il politico ed economista olandese Wim Duisenberg e il funzionario di Stato francese Jean-Claude Trichet.

Nel novembre dello stesso anno, l’ex presidente del Consiglio e della Commissione europea Romano Prodi ribadirà che l’economista merita l’incarico perché uomo «brillante e onesto». «Lo dico chiaro: Draghi è una scelta di prim’ordine».

«All’Europa serviva un leader», scrivono dunque Jana Randow e Alessandro Speciale.

Proprio quel leader che, forse, serve ora all’Italia.

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