Con “Il sangue dei peccatori” Cosby traccia una nuova via lungo la narrativa americana

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Redazione BookToBook
06 Giu 2024

Prendi il primo sceriffo nero eletto in una contea della Virginia tra le più suprematiste bianche del Sud degli Stati Uniti che si chiama Charon, come Caronte, «colui che traghetta le anime dei defunti nel regno dei morti»; segui lo sceriffo, che si chiama Titus Crown (lo riconosci dalle cicatrici sul volto), mentre piomba «piantando una frenata memorabile» nel parcheggio della scuola dove c’è appena stata una sparatoria, mentre prega che l’uomo armato non abbia con sé «un AR-15 o un AK-47 o qualche altro marchingegno ideato per dispensare morte al pari di un contadino che sparge generoso la semenza».

Ascolta quel che ha da raccontarti quando, insieme ai suoi agenti, a una quindicina di metri dalla scalinata d’ingresso della scuola si trovò di fronte a un uomo che «teneva nella mano sinistra una maschera di cuoio con il muso da lupo e nel braccio destro cullava come un neonato un fucile calibro .30-30. Indossava un logoro cappotto nero abbottonato nel mezzo e un paio di jeans luridi.

Il sangue dei peccatori

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Aveva i capelli stretti in crespe treccine afro decisamente da rifare. La bocca era bloccata in una smorfia che pareva occupargli la faccia per intero». Ascolta Titus mentre cerca di convincere il ragazzo, Latrell, probabilmente sotto l’effetto dell’ossicodone o dell’eroina, a mettere giù il fucile (il padre Calvin era stato un ex compagno di scuola dello sceriffo; «avevano condotto Charon all’unica vittoria della storia nel campionato di football dello stato»).

«“Latrell! Metti. Giù. Il. Fucile” ripeté, scandendo al suo meglio ogni parola. Voleva aprirsi un varco nella mente annebbiata del ragazzo. Aveva bisogno che lui lo sentisse. Aveva bisogno che vedesse le pistole che gli puntavano addosso. Che capisse che, qualsiasi cosa aveva fatto, poteva ancora andarsene sulle sue gambe. Era il figlio di Calvin. Ma avrebbe meritato quell’opportunità anche se fosse stato il figlio di uno sconosciuto con cui Titus non aveva condiviso due allenamenti al giorno per quattro anni o bevuto moonshine, l’amato distillato casalingo. Anche se fosse stato il figlio di un uomo con cui Titus non era cresciuto all’ombra della gigantesca bandiera sudista che garriva al confine della contea.»

E ora ascolta Latrell quando, poco dopo aver sparato al professor Spearman, amatissimo da tutti («se qualcuno avesse chiesto ai ragazzi della Jefferson Davis High di dire chi fosse il loro insegnante preferito, facile che avrebbero indicato Jeff Spearman per venticinque dei trent’anni durante i quali il professore aveva insegnato lì»), quando, pochi istanti prima di andare incontro al proprio destino, dice a Titus: «Guardategli nel telefono».

Il sangue dei peccatori: il nuovo crime di S.A. Cosby

Ed è solo l’inizio. È Il sangue dei peccatori, il nuovo crime di S.A. Cosby; in molti forse ricorderete quando, l’anno scorso, vi abbiamo parlato di Legittima vendetta, la prima opera di Cosby pubblicata in Italia da Rizzoli, che con Il sangue dei peccatori ribadisce la forza di un autore che sta tracciando una nuova via lungo la narrativa americana. A Marco Bruna, che lo ha intervistato sulle pagine della “Lettura”, l’inserto culturale del “Corriere della Sera”, Cosby ha raccontato che un suo amico scrittore gli ha detto che «il crime è il nuovo romanzo sociale». Siamo d’accordo, soprattutto dopo aver letto anche Il sangue dei peccatori. «Per me è una sorta di vangelo dei diseredati», ha spiegato Cosby; «si può parlare di tutto con grande franchezza in un poliziesco: di questioni razziali, di omofobia, di diritti degli oppressi».

Titus Crown, lo sceriffo ex agente FBI che cita Faulkner, Flannery O’Connor e Yeats e che non fa nulla per conquistarsi le simpatie dei bianchi suprematisti se non rispettare la legge e proteggere i cittadini, dal primo all’ultimo, ti dice cose del tipo:

«Se impugni un’ascia, abbatterai un albero. Se imbracci un’arma da fuoco, che tu abbia una stella sul petto o no, prima o dopo abbatterai un uomo.»

Titus Crown è il personaggio perfetto per un nuovo genere di romanzo sociale.

«Flannery O’Connor diceva che il Sud è infestato da Cristo. È infestato, non c’è dubbio. Dall’ipocrisia del cristianesimo. Tutte queste chiese, tutte queste Bibbie, e poi è proprio in posti come Charon che i poveri sono ostracizzati. Che si dà delle puttane alle ragazze che denunciano uno stupro. Che non posso andare al Watering Hole senza chiedermi se il barista m’ha sputato nel bicchiere.»

Nel telefono del professor Spearman Titus troverà le foto e i video di tre individui che seviziano, torturano e uccidono adolescenti di colore.

«Se le foto erano oscene, i video erano ripugnanti. Titus aveva la sensazione che certe parti di lui si stessero insozzando in maniera irrimediabile, infettandolo di un marciume per il quale non esisteva cura.»

Due dei tre individui che appaiono nelle foto e nei video sono Latrell e Spearman, il terzo è l’Ultimo Lupo, cui darà la caccia lo sceriffo lungo tutto il romanzo, tenendo «gli occhi puntati sulla storia e il piede sull’acceleratore», come ha scritto Stephen King sul “New York Time”.

Legittima vendetta

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Il sangue dei peccatori ha ricevuto diversi riconoscimenti

Il “Guardian”, il “Time”, il “Washington Post” e il “Financial Times” hanno inserito Il sangue dei peccatori tra i migliori libri del 2023. Cosby, che prima di affermarsi come scrittore ha fatto mille lavori – il buttafuori, l’operaio, il giardiniere, il montatore di palchi e l’addetto alle pompe funebri – non è nuovo a riconoscimenti internazionali di questo calibro. Con Legittima vendetta aveva vinto svariati premi – l’Anthony Award, il Barry Award e il Macavity Award (e il Los Angeles Times Book Prize con il precedente Deserto d’asfalto 2021) –, era entrato tra i 100 migliori libri del 2021 dal “Guardian” e dal “Time”, ai primi posti della bestseller list del “New York Times”, giudicato miglior thriller del 2021 dal “Washington Post”, mentre la Paramount di Jerry Bruckheimer, tra i più grandi produttori esecutivi hollywoodiani, acquisiva i diritti cinematografici.

“Legittima vendetta” è un potente affresco della provincia americana più profonda

Allora avevamo scritto che, nella cronaca vera degli episodi di razzismo che si susseguono negli Usa e nella finzione letteraria, Legittima vendetta era un affresco duro e crudo della provincia americana più profonda, dove la violenza e il razzismo vanno di pari passo con l’omofobia. La faccia brutale degli Stati Uniti di Trump. Pochi giorni fa anche i giornali italiani hanno ripreso la notizia, data dalla Bbc, della denuncia di tre afroamericani che hanno fatto causa all’American Airlines. Secondo la loro testimonianza, poco prima del decollo sarebbero stati obbligati a scendere dall’aereo insieme ad altri viaggiatori di colore, perché un assistente di volo si sarebbe lamentato dell’odore corporeo di un passeggero non identificato. L’American Airlines ha dichiarato di aver aperto un’inchiesta, e dunque il fatto è che ciò di cui parla Cosby, pur nella finzione letteraria dei suoi libri, è «vita vera», come aveva scritto un altro grande della narrativa americana, Joe R. Lansdale.

Nei suoi romanzi Cosby rappresenta la coscienza sociale

Carole V. Bell, scrittrice e critica letteraria del “Washington Post”, ha scritto a proposito de Il sangue dei peccatori: «Se, come ha detto una volta S.A. Cosby, “la santa trinità della narrativa del Sud è la razza, la classe e il sesso”, allora Cosby si sta rapidamente affermando come il più abile cronista contemporaneo». Con Legittima vendetta, scrive Bell, il mondo ha scoperto Cosby quale maestro del gotico, così come ci appare l’affresco, vivido di consapevolezza e coscienza sociale, che lo scrittore ci dipinge del Sud degli Stati Uniti, e forse non soltanto lì.

«Le cittadine di provincia sono come la gente che le abita. Piene di segreti. Segreti carnali, segreti di sangue. Giuramenti nascosti e promesse sussurrate che diventano menzogne più in fretta di quanto si guasti il latte al sole caldo dell’estate.
Il mito di un Sud con gente rispettabile che passeggia per la via principale del centro è sempre stato una casta fantasia da puritani. La realtà si trova nelle stradine di campagna, per i sentieri sterrati, sotto il cielo quando diventa nero. Sul sedile posteriore di una Buick chiazzata di ruggine e sul pianale di un pick-up sgangherato. Il cuore di Charon e della sua contea batte al ritmo degli spiritual che si cantano in chiesa la domenica mattina, ma la sua anima è una verità che si può leggere nel sudore degli amanti clandestini, nel sangue che cola dalle labbra della presidentessa dell’associazione genitori e insegnanti dopo che il marito ha bevuto un bicchiere di troppo, ben più d’una volta di troppo.»

Nel suo nuovo romanzo, Il sangue dei peccatori, prosegue Carole V. Bell dalle colonne del “Washington Post”, «Cosby si immerge ancor più in questo ricco territorio letterario, con la storia di un uomo di legge nero che lotta per mantenere la pace fra bianchi neo-confederati e cittadini neri, mentre cerca di ottenere giustizia per dei bambini uccisi. Uno scenario duro, stratificato; proprio il genere in cui Cosby eccelle».

Titus Crown è un personaggio altrettanto stratificato dello scenario in cui si muove, dentro cui ci conduce Cosby per narrarci la verità di certi posti come Charon, «l’ultima di una lunga serie di località costrette ad aggiungere alla propria storia un capitolo relativo a una sparatoria avvenuta in una scuola», e di certe vite come quella di Titus:

«Da piccolo non era fissato con l’ordine ma, dopo la morte di sua madre quando lui aveva tredici anni, era stato preso dal desiderio viscerale di dare assetto alla propria vita. In parte perché suo padre si era rintanato in una bottiglia di J.T.S. Brown, dalla quale non sarebbe riemerso per due anni buoni, e in parte perché aveva fame di un nuovo tipo di religione. Quella basata sulla magia del sangue e del vino era stata una delusione. Così la sua religione era diventata dare assetto alle cose. La disciplina, il suo crocifisso contro il caos.

Ma c’erano momenti, come quello, in cui la vera natura dell’esistenza gli si rivelava. Momenti nei quali l’effimero sipario dell’ordine divino si apriva e l’entropia faceva irruzione sul palco. Giornate come quella di oggi, in cui si era trovato davanti il petto crivellato di colpi di un ragazzo che aveva visto nascere, gli ricordavano che, a dispetto dei suoi sforzi per dominarlo, il caos era la vera natura delle cose.»

«White or Black, you gotta love it», ha scritto ancora Stephen King a proposito de Il sangue dei peccatori, un libro, ci dice, pieno di una rabbia accuratamente controllata. King cita un passaggio del libro quando Davy, uno degli agenti, chiede allo sceriffo perché nessuno ha mai cercato quei bambini scomparsi. «Titus si tolse il cappello e si passò una mano tra i capelli cortissimi. “Erano neri, Davy. Qualcuno che li cerca probabilmente c’è, ma sono i capelli biondi e gli occhi azzurri che finiscono al telegiornale». E Stephen King, dalle colonne del “New York Times”, ribatte a sua volta: «Se guardi la CNN o Fox, sai che è vero».

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