“La memoria del giglio” di Alessandra Libutti: una storia di donne e di distanze

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Redazione BookToBook
29 Set 2025

È da poco uscito in libreria La memoria del giglio, il nuovo romanzo di Alessandra Libutti, una vicenda familiare intima e potente che celebra il coraggio silenzioso, la resistenza quotidiana e la sete di sapere, nelle atmosfere delle colline toscane di fine Ottocento.

La memoria del giglio è il racconto appassionante, a cuore aperto, che l’autrice fa delle sue costellazioni familiari: il tentativo di svolgere i fili della sua matassa e guardare con coraggio alla storia delle donne di cui ha ereditato il sangue e lo spirito. Una storia che conduce in un viaggio che parte dalla Volterra di fine Ottocento, dalle stanze eleganti di un palazzo del centro storico, e finisce nella Roma occupata del 1945.

La memoria del giglio non è solo una cronaca di decenni, ma un potente racconto di passioni, rinascite e rivoluzioni. Al centro della narrazione ci sono le donne della nobile famiglia dei Ruggeri Buzzaglia: quattro generazioni di donne forti e tenaci che hanno avuto il coraggio di scrivere da sole il proprio destino in un mondo dominato dagli uomini.

Questo romanzo sulla tenacia e sulla libertà femminile ha il sapore nostalgico dei ricordi più belli e la forza di una storia vera. Un romanzo che lascia un segno profondo, proprio come ha fatto con chi l’ha sfogliato per la prima volta.

La trama de La memoria del giglio

Volterra, 1872.

Le nozze del conte Lodovico con Adele sono una rivoluzione per i Ruggieri Buzzaglia: la sposa, una ragazza senza cultura che era stata serva in casa loro, fa il suo ingresso in famiglia come contessa. Ma coi suoi modi schietti e risoluti, Adele assolve subito con dedizione ai doveri che come donna e moglie la società le impone. Eccola dunque muoversi tra le stanze del palazzo con il ventre sempre gonfio, impegnata a dare una discendenza al marito, un uomo mite e dalle idee progressiste.

Per Livia, la quarta degli otto figli della coppia, quella madre provata dalle continue gravidanze è una creatura misteriosa. È piccina, Livia, quando decide che le faccende di donne non le interessano, e poco più che bambina quando sua sorella maggiore, Babà, affronta il padre con coraggio, chiedendogli il permesso di diplomarsi: per seguire la sua vocazione di maestra è disposta a rinunciare agli agi della nobiltà, e a trasferirsi da sola in un paesino arroccato sulle montagne.

Il suo gesto ribelle aprirà una crepa nella storia della famiglia, che nelle pagine di questo romanzo è la voce di Livia a raccontarci: il filtro della sua memoria, quello di una donna schiva, che non ha mai reclamato per sé un ruolo da protagonista, ripercorre l’epopea dei Ruggeri Buzzaglia attraverso decenni di passioni, miserie e rivoluzioni fino al secondo dopoguerra. Per restituirci la fotografia di quattro generazioni di donne – la genealogia dell’autrice – capaci di scrivere il proprio destino con l’inchiostro della tenacia.

Come nasce questo romanzo? Lo abbiamo chiesto all’autrice.

Ho visto mia madre Adriana correre gridando sulle rotaie del tram. L’ho inseguita prima che mi raccontasse questa storia, quando ancora ero in grembo e ascoltavo il suo grido e provavo la sua solitudine: una senza tempo o confini; quella di una bambina che salva la propria madre dal tentare di togliersi la vita.

La donna che mi ha cresciuta si era formata negli anni che racconto ne La memoria del giglio: una donna intelligente, stritolata dall’assenza di fiducia in sé; una donna profonda che si rifugiava nella superficialità; una donna che amava i figli, eppure desiderava ogni giorno fuggire. Una madre che, malgrado le proprie fratture, sceglieva di restare accanto a noi.

Nel cuore di questo romanzo c’è la storia di una genealogia femminile tormentata eppure coraggiosa e resiliente. Una catena che lega madri e figlie, fatta di parole ripetute, dolori taciuti, ribellioni futili. “Se fossi un uomo” ripeteva la sua prozia Livia, voce del romanzo, come se avesse fallito una missione importante al momento della nascita. Come lei, anche mia nonna Rina viveva l’essere donna come un’ingiustizia radicata nella carne. E mia madre, cresciuta tra donne che non riuscivano ad abitare la propria condizione, ne fece un destino. Uno che avrebbe trasmesso a noi figlie, in gesti involontari, frasi ricorrenti, atti mancati.

“Non voglio diventare come lei” è stato il mantra che mi ha accompagnata per anni. Ma nei suoi ultimi giorni di vita, osservandola spegnersi, la domanda cambiava forma: “Sono fuggita abbastanza lontano?” E insieme a quella, un dubbio più profondo: perché ogni donna della nostra famiglia ha finito per rinnegare le scelte di colei che l’aveva messa al mondo?

La nostra è una catena di distanze, una fuga tramandata di madre in figlia. Ognuna cercava di spezzare il legame rifiutandolo, salvo poi ritrovarsi impigliata nelle stesse rinunce. Nessuna voleva diventare come sua madre, ma finivamo per assomigliarle nei modi più dolorosi. E mentre cercavamo di costruire un’identità tutta nostra, finivamo per combattere battaglie che non avevamo scelto, dentro stanze che non avevamo arredato.

La memoria del giglio è un’indagine personale, emotiva e transgenerazionale. È un tentativo di ricostruire ciò che si è spezzato, di riportare alla luce ciò che è stato nascosto. Le voci di queste donne – Adele, Barberina, Rina, Livia, Adriana – si rincorrono, si sovrappongono, si trasmettono un dolore che muta ma non si estingue mai, così come la loro forza.

È una storia di distanze: quelle che si prendono per sopravvivere e quelle che, invece, si ereditano.
Partendo da una foto, da una frase tramandata, da una curiosità genealogica, la passione di mia sorella per le Costellazioni Familiari, questo romanzo attraversa epoche e silenzi per comporre un mosaico familiare imperfetto, umano, vero.

Un racconto che unisce la memoria personale e il destino collettivo.

(Alessandra Libutti)