Intelligenza emotiva: cos’è e perché può renderci più felici

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Redazione BookToBook
07 Mag 2020

Daniel Goleman, psicologo e collaboratore scientifico del New York Times, ha scritto Intelligenza emotiva in un momento di profonda crisi della società americana. Tra aumento dei crimini, suicidi, abuso di droghe, sembrava che la bussola fosse impazzita ed era molto difficile trovare una direzione.

Con questo libro, che è diventato un bestseller internazionale, l’autore ha richiamato l’attenzione su un tema fondamentale ma troppo spesso sottovalutato: lo sviluppo della sfera emozionale e delle cosiddette “abilità del cuore“.
Il suo saggio sembrava dare un chiaro allerta a tutti: stiamo cercando le risposte ai nostri problemi in un luogo dove non possiamo trovarle. Una situazione che oggi risuona attualissima.

Perché l’intelligenza emotiva può aiutarci in questo momento di crisi?

Viviamo i giorni di una grande sfida: vincere una nuova pandemia che sta mettendo a rischio l’umanità. Mai come adesso siamo esposti alle nostre fragilità, fisiche ed emotive, e abbiamo bisogno di accettarle e di comprenderle per andare avanti.
Cerchiamo soluzioni nella scienza, certamente prima alleata nella lotta contro il virus, e nelle politiche economico-sociali chiamate ad allentare un momento di alta pressione, ma c’è dell’altro, molto altro, da osservare.

Empatia, solidarietà, integrazione sono ugualmente dei terreni di sfida in una società che da anni utilizza l’odio come una valvola di sfogo e l’hate speech come forma espressiva di un dissenso che invece di liberarci ci rende sempre più schiavi dei nostri mezzi. La stessa società che continua a promuovere modelli di mascolinità non emotivi e sessualmente aggressivi e che fatica nell’accettare la diversità come un valore.
Intelligenza emotiva è un libro che dice che prendere sul serio le nostre emozioni non è solo un bene. È necessario se vogliamo diventare esseri umani più appagati in una società che punta a migliorarsi. E ci invita a non considerare mai le nostre capacità emozionali inferiori rispetto a quelle intellettuali.

È come se l’amigdala che sta dentro il nostro cervello – quel gruppo di strutture interconnesse che viene considerata la sede di tutte le nostre passioni – dovesse iniziare a dialogare con l’amigdala della nostra società.

Intelligenza emotiva

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Diciamo basta alla “mentalità da Qi”

…il grande successo dei test per la misura del Qi cominciò durante la prima guerra mondiale, quando due milioni di americani vennero classificati utilizzando la prima versione del test, appena messa a punto da Lewis Terman, uno psicologo di Stanford. Questo portò al predominio, durato interi decenni, di quella che Gardner chiama «mentalità da Qi»: la convinzione, cioè, «che le persone possano essere classificate in due categorie, intelligenti e non intelligenti, e che a tal proposito non ci sia molto da fare.

L’analisi del Quoziente d’intelligenza, dominante per decenni, oggi dice davvero pochissimo su chi noi siamo davvero.
Classificandoci come individui standard dentro una serie di parametri fissi, dimentica di fornirci informazioni sui modi con cui ci relazioniamo agli altri o sugli insegnamenti emozionali che abbiamo appreso nel nostro percorso.
Goleman, riprendendo il modello di Gardner, ci invita invece a pensare in ottica di “intelligenza multipla“, tanto più multiforme quanto vari sono i contesti sociali in cui ci muoviamo. E le emozioni dentro quest’insieme hanno un valore altissimo. 
Se vogliamo avere la speranza di costruire una società migliore dobbiamo costruire un Quoziente Emotivo di gruppo.
L’autore ci porta dentro queste riflessioni accompagnandoci, passo dopo passo, alla scoperta di tutti gli aspetti dell’intelligenza emotiva: l’architettura emozionale del cervello umano, le azioni dell’intelligenza emotiva, il suo ruolo fondamentale prima nel processo educativo e formativo, poi in quello professionale e nella leadership.

Ma quindi… qual è la ricetta per una società basata sull’intelligenza emotiva?

Proviamo a definire gli ingredienti. Per le dosi, considerate un “quanto basta”:

  • La conoscenza delle nostre emozioni. L’autoconsapevolezza – in altre parole la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui esso si presenta – è la chiave di volta dell’intelligenza emotiva.
  • Il controllo delle nostre emozioni. Il passo successivo alla consapevolezza. Ci rende esseri umani più sereni, capaci di resistere ai rovesci della vita e ci limita dal ferire gli altri.
  • L’empatia come attitudine fondamentale. L’assenza di empatia ha un costo sociale altissimo (pensiamo ai danni che crea nei rapporti di coppia o nel mondo del lavoro) e crea una sordità trasversale che ci impedisce di ascoltarci, di comprenderci e di sviluppare altruismo. Senza empatia siamo chiusi dentro gabbie emotive soffocanti.
  • La critica costruttiva: quando non è tale è solo un pugno nello stomaco. Edifichiamo invece di distruggere, educhiamoci a dare feedback specifici e sensibili che motivino e generino consapevolezza.
  • La valorizzazione della diversità: non finiremo mai di dirlo, senza diversità non c’è valore, non c’è ricchezza. Una società che ha paura del diverso – chiunque esso sia, perché c’è sempre un diverso – non è emotivamente intelligente. Basta tollerare l’intolleranza.
  • La relazione come scambio reciproco e non come potere: vale per qualsiasi tipo di relazione, familiare, amorosa, amicale, professionale. Se consideriamo l’altro come la persona su cui rivalerci significa che non abbiamo capito le sue emozioni e non abbiamo fatto i conti con le nostre.
  • A scuola di intelligenza emotiva: il ruolo dell’educazione in questo viaggio è fondamentale. Le scuole, se ripensate con una missione più vasta, possono diventare il luogo in cui bambini e giovani apprendono ed esercitano facoltà che serviranno loro a essere donne e uomini più sensibili domani. E, come abbiamo imparato, sensibili significa anche felici.

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