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Le Amazzoni porta a galla una storia sommersa della seconda guerra mondiale

Sono creature innocenti, bambine allontanate dai genitori che chiedono in continuazione «Quando torniamo a casa?», per giorni, per mesi e infine per anni quelle a cui dà voce Manuela Piemonte nel suo romanzo d’esordio Le amazzoni.

Bimbe che commuovono perché le loro voci raccontano la storia vera, a tratti incredibile, delle colonie estive fasciste all’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale.

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Le Amazzoni: storia di un grande rimosso

La narrazione prende avvio nel giugno del 1940, quando il Duce richiamò in patria 13mila bambini tra i quattro e i quattordici anni d’età, figli di 20mila italiani, poveri e contadini che nel 1938, attirati dal sogno di una vita migliore, lasciarono le campagne del nord e del sud Italia per ripopolare le terre conquistate della Libia.

Lì sulla “quarta sponda” scorre la vita contadina della famiglia di Sara, nove anni, Angela, sette anni e Margherita, cinque anni. La voce narrante ne esalta i pensieri, le impressioni e gli sguardi ingenui, che arrivano dritti a toccare le nostre corde fin dalle prime pagine, al di là del Mediterraneo, mentre dalla patria riecheggia suadente la mistica fascista:

«Oltre i campi di frumento e di orzo, oltre i filari dei palmeti e le strade che spaccavano il deserto, a un mattino di carro da lì, lungo la costa c’era Tripoli. Abbagliante di bianco e di giallo, i raggi del sole riflessi dal mare sui palazzi di un solo piano, scurissima nei vicoli all’ombra, al di là delle arcate che portavano al suk, tra gli orafi, i venditori di cappelli di cotone, i mercanti di unguenti e profumi. Sara e Angela li avevano visti soltanto una volta e, oramai, pareva li avessero immaginati: la vita ferma ai confini del villaggio, ai discorsi dei grandi e alle poche informazioni apprese dal cinegiornale, che nei giorni rari di pioggia si guardava nella sala del municipio, e sulla parete esterna della casa del fascio tutti gli altri: a differenza delle storie del vecchio maestro, il Luce raccontava che quando gli italiani non avevano ancora conquistato quei territori, lì c’erano solo abitudini di barbari, arretratezza e povertà. Di solito tutti gli credevano.»

 

Le sorelline non sanno ancora che da lì a qualche giorno dovranno partire per l’Italia, costrette a salutare in fretta e furia mamma e papà, obbligate a trascorrere l’estate nella colonia fascista da dove torneranno «temprate nello spirito e nel fisico», è la promessa e l’intenzione del regime.

«In un attimo la mamma era svanita. Di lei restava soltanto l’odore nelle narici, la voce nelle orecchie», è l’emozione del giorno dell’imbarco dal porto di Tripoli, le bimbe ordinate in file sul piroscafo, assegnato a ciascuna di loro un numero di matricola che sostituirà i loro bei nomi. «Angela e Margherita si presero per mano e obbedirono quando la suora si raccomandò che restassero tra le scialuppe di salvataggio e la balaustra di metallo bianco. Prima di voltar loro le spalle, le rassicurò. “Ci penso io a voi, andrà tutto bene.” La stessa frase, identica in tono e parole, con cui accolse ogni altro bambino. Il sorriso ripetuto, dopo venti e trenta volte, sembrava una brutta smorfia.»

 

«Si dirà come il duce faccia di tutto perché i bambini che saranno domani uomini, soldati e lavoratori della grande Italia Fascista, crescano robusti e forti, e come a questo scopo faccia raccogliere in migliaia di colonie molte migliaia di bambini», recita il Regolamento delle colonie estive, che la scrittrice riporta a noi in un alternarsi di narrazione letteraria e documentazione storica, a ricordare che non di sola invenzione è fatto il romanzo.

 

Spiega Manuela Piemonte, insegnante, sceneggiatrice e traduttrice:

«Una coincidenza mi ha portata, nel 2014, all’Airl, l’Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, che ringrazio per l’aiuto in quella prima fase di ricerca. Lì ho scoperto le ristampe della rivista “Quarta Sponda”: sei numeri pubblicati nel corso del 1942, allegati alla rivista ufficiale della Gioventù Italiana del Littorio, che mi hanno catapultata dentro la vita quotidiana di quella vacanza di guerra. A curarne l’edizione nel 1995 fu Ernesto Susigan, che negli anni ha setacciato archivi, ricostruendo con precisione la memoria documentale dell’esperienza dei bambini della quarta sponda; lui aveva cinque anni quando, pochi giorni prima del 10 giugno 1940, partì dal villaggio Battisti, viaggiò su un piroscafo alla volta dell’Italia, soggiornò a lungo nella grande colonia di Bordighera, da lì fu spostato in una colonia di montagna e dopo alterne vicende vide di nuovo sua madre soltanto sette anni dopo.»

 

Chi sono le amazzoni della Torre Fiat

Nella trasposizione che Piemonte ci propone con Le amazzoni, Sara, Angela e Margherita attraccano al porto di Livorno alle cinque e quaranta dell’8 giugno. Destinazione Marina di Massa, dove la Torre Fiat, sedici piani, «arrotondata e senza angoli», costruita tempo addietro dal senatore Agnelli per i figli degli operai, ha cambiato nome in era fascista: ora è la Torre Balilla, colonia estiva dove dovere e disciplina fanno da guida alle giovani promesse del regime,

«perché anche l’estate possa essere un’opportunità di formazione delle vere cittadine, future mogli dei nostri valorosi uomini di domani»

è l’accoglienza che riserva loro la direttrice, figura a simbolo dell’ascesa e del declino della dittatura mussoliniana.

«Soltanto a ridosso dell’ultima stesura sono andata in vacanza nella Torre Fiat di Marina di Massa», spiega ancora l’autrice. «Nel dopoguerra ha continuato a essere una colonia estiva per i figli dei dipendenti Fiat, finché non è stata ceduta a una società alberghiera. Funziona tutt’ora come villaggio vacanze e, a parte l’architettura, non ha ovviamente niente in comune con il tipo di colonia che ho raccontato qui. È un luogo ricco di storia e suggestioni, in un tratto di costa pieno di ex colonie di villeggiatura».

 

Quella torre incombe su Le amazzoni come una creatura che tutto divora: divora la spensieratezza e la fanciullezza, divora la speranza di rivedere i genitori delle bambine lì rinchiuse, rasate e sottomesse alla disciplina ferrea di lavoro, preghiera e silenzio che scandisce le giornate, via via più tetre e minacciose con l’incedere della guerra, fino al disfacimento dell’8 settembre.

Perché fin da subito niente più avrà il gusto dell’estate. Il giorno dopo l’arrivo in colonia, il 10 giugno 1940, Benito Mussolini pronuncia la dichiarazione di guerra: l’Italia combatterà al fianco della Germania. L’estate si fa vacanza di guerra e quella che, nelle parole del duce, sarebbe stata essere una guerra-lampo, si rivelerà un errore di valutazione dalle conseguenze disastrose e definitive. Con il passare dei mesi e l’intensificarsi del conflitto, la colonia di villeggiatura come custode e interprete della funzione educatrice, forse la più detestabile tra tutte le retoriche dittatoriali, frana sotto i nostri occhi e sotto gli occhi delle bambine, divenendo una prigione infinita.

 

Alle tre sorelle rimarrà soltanto un sogno a cui aggrapparsi: l’immagine di quella donna berbera, libera e coraggiosa, “l’amazzone” accusata di un delitto gravissimo dal podestà di Tripoli, che scorsero dal tetto della casa colonica in una notte di luna piena.

«Sulla terra, al galoppo, una donna a cavallo, con un incedere fiero e libero. Era avvolta in un drappo su cui si alternavano strisce ampie e sottili, porpora e bianco, sulla fronte un medaglione rotondo, che di tanto in tanto emanava un riflesso, quasi deviando uno dei raggi lunari verso gli occhi delle due sorelle. Passava sfrecciando velocissima, al punto da sembrare spinta da un battito d’ali invisibili, pronta a spiccare il volo.»

 

Sarà proprio grazie a quell’immagine da sogno che le bambine impareranno a riconoscere, nel loro solitario e tragico percorso verso la libertà, altre donne fiere e ribelli, che in un modo o nell’altro le aiuteranno a crescere: le amazzoni, che danno il titolo al romanzo e che riconsegnano alla storia e alla letteratura la verità di un’infanzia negata, 13mila bambini strappati ai loro genitori che si ritrovarono di colpo piccoli adulti privati del loro diritto di essere amati, abbandonati a se stessi ad affrontare l’incubo della Seconda guerra mondiale tra le bombe, la fame e le sofferenza.

 

«L’unico desiderio aprendo gli occhi era di trovare un modo per mangiare. “Voglio una guerra senza fame”, chiede Margherita.»