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Ilaria Alpi manca da venticinque anni e ce ne siamo dimenticati

Questa di Ilaria Alpi è la storia vera, uccisa una domenica di primavera, venticinque anni fa, il 20 marzo 1994, a Mogadiscio, insieme a Miran Hrovatin: un’esecuzione preordinata e ben organizzata perché lei tacesse per sempre e non potesse più raccontare.

Ilaria Alpi: tutti la conoscono come vittima di quell’agguato in cui, insieme a Miran Hrovatin, fu assassinata.

Di Ilaria Alpi e della sua Somalia sono stati fatti tanti racconti.

Essere, vivere, fare giornalismo: tre dimensioni difficilmente separabili in Ilaria. Per lei conoscere, cercare, svelare, raccontare… non tacere era una sorta di imperativo categorico.

Non tacere l’ingiustizia, le violenze, le guerre, le diseguaglianze insopportabili, le ragioni che ne sono causa e che spesso hanno a che fare con affari sporchi, traffici illeciti di ogni tipo organizzati dalle criminalità mafiose “coperte e/o aiutate” da poteri pubblici e privati.

La ricerca della verità di Ilaria Alpi ha fatto e fa ancora paura

La ragazza che voleva raccontare l’inferno racconta una storia vera e la sua lettura ci cattura perché è scritto con levità e con la forza del rigore documentario. Il ritmo è incalzante, si snodano episodi tragici, come per esempio il massacro dei giornalisti del luglio 1993, l’aggressione a Laila, la giovane donna somala che rischia il linciaggio da parte di suoi concittadini, il rito delle mutilazioni sessuali delle bambine… fino alla sequenza dell’esecuzione di Ilaria e Miran, scolpita con rara efficacia.

La crudele realtà della guerra, dell’odio, dell’indifferenza convive con istantanee di vita quotidiana nel segno della speranza di un mondo migliore.

In tutti questi anni sono emerse notizie, dettagli che potrebbero collegare l’attività di inchiesta di Ilaria Alpi ad altri fatti tragici (come l’assassinio di Mauro Rostagno a Trapani nel 1988; la tragedia del Moby Prince a Livorno, con i suoi centoquaranta morti bruciati vivi che ancora attendono giustizia, nel 1991; l’uccisione in circostanze oscure in un agguato a Balad del maresciallo del Sismi Vincenzo Li Causi, nel 1993, pochi mesi prima dell’esecuzione di Ilaria e Miran) e a morti misteriose di persone che sapevano molto del lavoro di Ilaria in Somalia e della sua morte: Starlin Harush, Alì Ahmed Abdi, l’au tista di quel 20 marzo, e altri testimoni oculari, come Carlo Mavroleon, cineoperatore della ABC che filmò i momenti immediatamente successivi all’agguato.

La cooperazione italiana in Somalia negli anni Ottanta ha speso circa cinque mila miliardi di lire per opere di aiuto allo sviluppo, come la strada Garoe-Bosaso e il progetto Pesca Oceanica della società Shifco.

Della sua contiguità con traffici di armi e di rifiuti tossici abbiamo oggi ampia documentazione che riguarda anche quei pescherecci sui quali Ilaria stava indagando.

Le notizie emerse sull’inchiesta che stava conducendo Ilaria Alpi

Si sa che Ilaria parte da Pisa per Mogadiscio l’11 marzo e che il 14 pomeriggio è già a Bosaso, dove sarà costretta a rimanere fino a quel tragico 20 marzo.

Si sa che Bosaso era ed è un porto importante, che negli ultimi mesi era stato oggetto di pirateria.

Un peschereccio della Shifco, la Farah Omar, proprio in quei giorni era sotto sequestro da parte di pirati migiurtini: di questo Ilaria aveva parlato con il sultano di Bosaso; aveva chiesto di poter salire sulla nave, forse vi riuscì, incontrando anche il capo della Shifco, Omar Mugne.

L’audizione, nel febbraio 2006, del sultano di Bosaso Abdullahi Bogor davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è molto importante.

Il sultano racconta che l’intervista è durata più di due ore, confermando che alcune video cassette sono state rubate, visto che solo diciannove minuti di registrazione sono arrivati in Italia, e che Ilaria sapeva molte cose sulla Shifco, che da lui voleva conferme circa il traffico di armi e di rifiuti tossici e la costruzione della strada Garoe-Bosaso, che sapeva del sequestro della Farah Omar e di Omar Mugne, titolare della Shifco, che voleva recarsi sulla nave. Sapeva che la zona di Bosaso era un luogo in cui si consumavano traffici illeciti di varia natura. Il sultano conclude con queste parole la sua testimonianza:

“…Tutti parlavano dei traffici… del trasporto delle armi… chi diceva di aver visto… non si rivedeva vivo: o spariva o, in un modo o nell’altro, moriva…”

Si sa che Ilaria Alpi era stata minacciata di morte a Bosaso nei giorni precedenti il suo assassinio, e che è stata trattenuta a Bosaso, seppur per breve tempo, da esponenti di clan locali.

Si sa che i due giornalisti “persero” l’aereo il 16 marzo perché qualcuno ha voluto che lo perdessero.

Il 13 dicembre 1995, mentre le indagini sono ferme, muore in circostanze misteriose il capitano di vascello Natale De Grazia.

Sapremo solo molti anni dopo che è stata figura chiave del pool investigativo sulle “navi dei veleni”. Fu De Grazia a trovare il certificato di morte di Ilaria nelle perquisizioni effettuate a casa di un noto trafficante di armi coinvolto nel piano per smaltire illecitamente rifiuti tossico nocivi.

Un documento rivela che il SISMI potrebbe essere coinvolto in questa illecita attività.

Nel 2013 la relazione della commissione bicamerale d’inchiesta sulle ecomafie conclude che Natale De Grazia è stato avvelenato.

A Perugia nel 2016 il processo di revisione nei confronti di Hashi Omar Hassan, condannato a 26 anni di carcere per concorso nell’assassinio di Ilaria e Miran, ha concluso che la testimonianza chiave di Ahmed Ali Rage, detto Jelle, è falsa.

Le motivazioni della sentenza si concludono con due punti importanti:

“Hashi Omar Hassan è assolto per non aver commesso il fatto e Ahmed Ali Rage, detto Jelle, potrebbe essere stato coinvolto in un’attività di depistaggio di ampia portata”.

Dunque un cittadino somalo è stato in carcere per quasi 17 anni ed era innocente.


L’errore giudiziario “perseverante” in tutti questi anni viaggia insieme al fatto che c’è chi ha depistato, costruito carte e piste false.

Ilaria Alpi, 25 anni dopo: #NoiNonArchiviamo

Era già scritto a chiare lettere nella sentenza di assoluzione di primo grado di Hashi, indicato come vero e proprio “capro espiatorio”, insieme all’individuazione del movente del duplice delitto.

Da subito però si tentò di accreditare la tesi dell’incidentalità: un attentato dei fondamentalisti islamici, una rappresaglia contro i militari italiani, un tentativo di sequestro o un tentativo di rapina finiti male.

Malgrado tutto, si sa che fu un’esecuzione: è confermato da quanto testimoniato da chi era a Mogadiscio e da quanto hanno confermato, in tutti questi anni, le inchieste giornalistiche, le commissioni parlamentari e governative che se ne sono occupate, le sentenze della magistratura che non hanno individuato i responsabili, ma il movente sì.

Anche la sentenza della Procura di Roma del 24 novembre 2000 (di condanna di Hashi Omar Hassan) nelle sue motivazioni demolisce tutte le ipotesi che erano state avanzate o costruite per sostenere la casualità del duplice assassinio.

Indica un solo movente di quella che definisce un’esecuzione premeditata e organizzata:

“L’eliminazione e la definitiva tacitazione della Alpi e di chi collaborava professionalmente con la giornalista perché divenuta estremamente ‘scomoda’ per qualcuno. Il duplice omicidio volontario è stato premeditato e accuratamente organizzato con largo impiego di uomini: è stato eseguito con freddezza, ferocia, professionalità omicida per motivi di natura ignobile e criminale, al fine di occultare attività illecite”.

Nel 2018 la Procura di Roma, invece di dare impulso all’inchiesta e finalmente rispondere a tutti i nodi che anche questa sentenza di Perugia segnala, chiede ancora una volta l’archiviazione del caso con motivazioni veramente sorprendenti:

“Che tutti i reati ipotizzabili nella sentenza di Perugia sono ‘estinti’ per prescrizione”

E che il reato di depistaggio, introdotto dalla legge n.133 del 2016 non può essere applicato a circostanze precedenti alla data della sua introduzione.

Luciana Alpi, tramite i suoi legali, ha fatto opposizione netta.

Il depistaggio è legato a un reato gravissimo: duplice omicidio premeditato per il quale non esiste prescrizione.

E, come trapela nella sentenza di Perugia, potrebbe aver accompagnato l’intera inchiesta ed essere ancora in atto.

Si legge inoltre, nella parte conclusiva della richiesta di archiviazione, che l’ipotesi che il duplice omicidio sia legato al lavoro svolto da Ilaria Alpi sui traffici in Somalia non è convalidata dalla perizia balistica, che ha escluso che la giornalista sia stata colpita da un colpo sparato da distanza ravvicinata.

A quale perizia si riferisce la Procura di Roma?

Il 22 marzo 1994 al cimitero Flaminio, dopo un esame esterno sul corpo di Ilaria, il dottor Giulio Sacchetti, perito medico scrive:

“… trattasi di ferita penetrante al capo da colpo d’arma da fuoco a proiettile unico esploso a contatto con il capo… mezzo adoperato pistola, arma corta…”.

Il vergognoso balletto delle perizie sul corpo di Ilaria Alpi

Hanno sparato da lontano.

No: hanno sparato da vicino.

Sono stati due proiettili distinti.

No: un proiettile unico ha colpito prima Miran e poi Ilaria, passando attraverso il sedile e colpendo una parte metallica dell’interno dell’auto!

La perizia più completa (medico-legale e chimicobalistica con periti della procura e della parte civile) viene consegnata il 31 gennaio 1998, dopo l’arresto di Hashi Omar Assan. In tale documento si afferma che

“il colpo mortale è stato sparato (alla nuca zona parietale sinistra, dall’alto verso il basso) a distanza ravvicinata e che l’aggressore, in piedi sulla strada, sparò aprendo la portiera posteriore sinistra o dal finestrino”.

Miran Hrovatin, va ricordato, fu colpito da un analogo colpo alla nuca a destra,

“un colpo esploso a distanza teoricamente maggiore di una quarantina di centimetri circa ma in realtà variabile in più o in meno a seconda del tipo di arma e di altri fattori occasionali… colpisce la zona parietale destra…”

si legge nelle conclusioni della parziale autopsia svolta dal dottor Fulvio Costantinides.

È noto che il corpo di Miran Hrovatin è stato cremato: nulla è stato possibile accertare ulteriormente.

Si sa che il gip Andrea Fanelli a fine giugno 2018, due settimane dopo la morte di Luciana Alpi, ha respinto la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sull’assassinio di Ilaria e di Miran avanzata dalla Procura della Repubblica di Roma.

Luciana e Giorgio Alpi non lo hanno saputo: i genitori esempio dell’Italia che non si rassegna, indomabili nella ricerca della verità, sono morti senza avere giustizia e senza nemmeno sapere che la magistratura ha infine deciso di non archiviare.

La decisione del gip segnala una “saggezza ritrovata” da parte della magistratura.

Ci dice che la giustizia è un diritto dei cittadini e la magistratura non può e non deve rinunciare a cercare la verità e a fare giustizia.

“La giustizia è amministrata in nome del popolo…” recita infatti l’art. 101 della Costituzione della nostra Repubblica.

Ci dice molto altro e noi vogliamo ricordarlo esprimendo ancora fiducia e speranza perché chi ha funzioni pubbliche da adempiere, lo deve fare con disciplina e onore, come ci ricorda l’art. 54 della Costituzione.

E dunque ci aspettiamo che questa volta si vada fino in fondo.

Luciana e Giorgio non potranno avere pace se non avranno finalmente verità e giustizia: solo allora potranno ritrovare anche Ilaria.

Sono tanti i racconti che di lei sono stati fatti in questi venticinque anni.

Tanti i linguaggi – la musica, il cinema, la poesia, le inchieste, il teatro, i libri – che ci hanno avvicinato a lei.

È stato il suo modo di fare giornalismo che l’ha fatta diventare un esempio: cercare sempre la verità e comunicarla. E in lei ognuno di noi può cercare e trovare qualcosa di sé.

Come accade a Jamila, protagonista di questo testo, a Gigliola che l’ha immaginata e anche a me: l’interesse per gli altri mondi dentro e fuori il nostro mondo, l’indignazione per le ingiustizie e le atrocità che continuano ad accadere, l’amore per ciò che si fa, per la conoscenza, per la cultura. L’amore che avvicina le persone ad altre persone vive o morte.

Ilaria ci lascia una “eredità” impegnativa.

Le prove che Ilaria sicuramente aveva trovato sono state rubate, come si sa. Ma c’è una mole enorme di materiale accumulato in questi venticinque anni: inchieste giornalistiche, della magistratura, delle commissioni parlamentari e governative, documenti e testimonianze.

Si può ricostruire del tutto, in ogni piccolo dettaglio, quanto era apparso chiaro anche a prima vista: Ilaria e Miran furono uccisi con un solo colpo in testa ciascuno per il lavoro che stavano facendo e per le prove che Ilaria aveva collezionato sul traffico e sullo smaltimento illegale di rifiuti tossici (pagato in parte con armi) e che riguardavano l’Italia e la Somalia (ma non solo).

Anche questi venticinque anni passati dalla morte di Ilaria Alpi sono la storia vera che vedrà giustizia una primavera.

Noi che vogliamo verità e giustizia siamo sempre più numerosi; di fronte ai tentativi di archiviazione affermiamo con solennità: #NoiNonArchiviamo.

Mariangela Gritta Grainer, 11 dicembre 2018