Mentre si discute il DDL Zan due libri ci parlano delle vittime del pregiudizio

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Redazione BookToBook
25 Giu 2021

Giugno è il mese dell’arcobaleno, ogni colore un modo d’essere, di vivere e d’amare. In tutto il mondo a giugno si celebra il Pride Month, il mese dedicato al Gay Pride, affinché sempre più persone, eterosessuali, bisessuali, transgender, queer, qualunque termine inclusivo si adotti e chiunque faccia parte o meno dell’arcobaleno LGBT, condividano quella che dovrebbe essere una causa universale, una battaglia di civiltà: la libertà di esprimere la propria identità di genere e il proprio orientamento sessuale.

Dice Mark Gevisser, giornalista e scrittore sudafricano autore de La linea rosa. Le frontiere queer del mondo, appena pubblicato da Rizzoli: «Non esiste un unico modo per stare al mondo». Una verità che suonerebbe persino banale se non fosse che ancora oggi non può affatto esser data per scontata in molti luoghi del pianeta. Mark Gevisser ha scritto questo libro per argomentarla e difenderla, impiegando dieci anni della sua vita a condurre ricerche sui diritti umani, a viaggiare in più di venti Paesi e a raccogliere le testimonianze dure e crude delle persone di cui riporta le lotte, la sofferenza, in alcuni casi persino le torture subite, e con le quali è rimasto in contatto per oltre sei anni, al fine di documentarne, nel modo più serio e compiuto possibile, la parabola di vita.

La linea rosa

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Le frontiere del mondo lgbt+ raccontate da Mark Gevisser

Il libro si apre con il racconto di Tiwonge Chimbalanga, “Aunty”, arrestata nel 2009 dopo aver celebrato la cerimonia di fidanzamento (chinkhoswe) con il compagno Steven Monjeza in Malawi, dove l’omosessualità era illegale e comportava una pena da 5 a 14 anni di reclusione, con o senza punizione corporale. Quattro anni e mezzo dopo, nel maggio del 2014, Gevisser la incontra a Tambo Village, il villaggio di baracche appena fuori Città del Capo dove Aunty viveva in esilio.

«Questo libro è la storia di Aunty, e di altre persone di diverse parti del mondo che si sono ritrovate in quella che io definisco la linea rosa: una frontiera di diritti umani che nel primo ventennio del XXI secolo ha diviso il mondo e lo ha riscritto in un modo totalmente nuovo. Nessun movimento sociale si è mai attivato così in fretta come quello “Lgbt”: le società in cui Aunty e io vivevamo nel 2014 erano incredibilmente diverse da come erano state, per ciascuno di noi, solo dieci anni prima.»

La linea rosa tracciata da Gevisser è una linea di demarcazione tra le società che hanno integrato progressivamente come cittadini a pieno titolo i queer (un vocabolo inclusivo che contiene tutte o quasi le persone L, G, B, T), e quelle che invece escludono chi dichiara apertamente il proprio orientamento.

«Da un lato della linea rosa c’erano i Paesi che avevano sperimentato i cambiamenti sociali derivati dai movimenti per i diritti delle donne e dei gay e che sostenevano i “diritti Lgbt” come applicazione logica della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. Dall’altro lato, c’era chi li condannava in quanto violazione di quelli che venivano definiti “valori tradizionali” e “sovranità culturale”.»

Una linea che disegna nuovi campi di battaglia e nuove frontiere nelle guerre culturali nel corso dei decenni e che è in continuo mutamento, come mostra il monumentale resoconto che Mark Gevisser ha potuto realizzare grazie a una borsa di studio della Open Society Foundations e che è stato giudicato tra i migliori libri del 2020 dal Guardian e dal Financial Times.

«La casa di Aunty a Tambo Village dista meno di venti chilometri dalla meravigliosa villetta centenaria con vista sull’oceano dove ho scritto questo libro», racconta ancora nelle prime pagine Mark Gevisser. «Io e mio marito C. la acquistammo nel 2012; ci eravamo sposati tre anni prima, nel 2009, lo stesso anno in cui Aunty aveva celebrato il suo chinkhoswe. Ma mentre la sua cerimonia di fidanzamento le aveva causato una terribile umiliazione, una condanna a quattordici anni di prigione e un esilio involontario, il mio matrimonio mi aveva portato a un tanto desiderato trasferimento temporaneo a Parigi grazie alle indennità coniugali del lavoro di C. e agli stessi diritti di ogni altra coppia sposata nel nostro Stato, il Sudafrica. La nostra costituzione postapartheid era diventata celebre per essere stata la prima al mondo a garantire la parità sulla base dell’orientamento sessuale; dieci anni dopo, nel 2006, il Sudafrica diventò il quinto Paese al mondo a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso.»

La linea rosa non è dunque soltanto il reportage di un giornalista: è la testimonianza diretta di un uomo che ha dovuto combattere in prima persona per veder riconosciuto il proprio diritto a stare al mondo. A diciannove anni, «con un’aria di sfida a mascherare il mio terrore», racconta Mark Gevisser, «avevo fatto coming out con i miei genitori. Mi supportarono, ma mio padre non poté nascondere la sua preoccupazione: avrei mai provato la gioia di una famiglia? Sarei rimasto solo? Avevo difeso la mia posizione: certo che avrei potuto avere figli, certo che avrei trovato l’amore. Ma era il 1983 – non c’era neanche internet a darmi informazioni o il conforto di una comunità virtuale – e facevo fatica a convincermi davvero. In aggiunta, nel periodo in cui mi affacciavo all’età adulta, arrivò l’epidemia di Aids a confermare crudelmente quel che ci avevano sempre insegnato e che noi uomini gay avevamo finito col credere: eravamo peccatori e questa era la nostra punizione, la nostra sessualità era una malattia e saremmo morti. Pur avendo attraversato tutto questo, sono arrivato a credere fortemente che io e gli altri come me avessimo il diritto di vivere in libertà come chiunque altro, e ho fatto la mia parte affinché questo succedesse. Negli Stati Uniti degli anni Ottanta, prima di laurearmi, feci mio il mantra di Harvey Milk», il politico gay di San Francisco assassinato nel 1978 al cui sacrificio è dedicato il film premiato con due Oscar e diretto da Gus Van Sant, con Sean Penn nel ruolo del protagonista. «‘Fratelli e sorelle gay, dovete uscire allo scoperto!’ L’unica strada per una completa partecipazione dei gay nella società, l’unica al di fuori della vergogna e della segretezza della mia adolescenza», scrive Gevisser, «era la visibilità; così che gli altri – i nostri colleghi e compagni di classe, i nostri figli e i vicini di casa, i nostri genitori e i sacerdoti – sapessero che noi c’eravamo».

Dal 2012 al 2018, negli anni di massimo fermento di questo nuovo fenomeno globale, Gevisser viaggia per capire come stesse cambiando il mondo, e perché.

«Non sono stato ovunque. Ho scelto i luoghi in cui ritenevo di poter incontrare persone che riuscissero a raccontare al meglio la storia di come il “movimento per i diritti Lgbt” stesse costituendo una nuova frontiera globale nell’ambito dei diritti umani, esattamente come era successo in precedenza per i movimenti anticoloniali, abolizionisti e per quelli in difesa dei diritti civili e delle donne. Volevo capire in che modo questa nuova lotta fosse una conseguenza di quelle precedenti e ancora in corso; ma anche in cosa fosse differente, in un’epoca di rivoluzione digitale e di esplosione di informazioni, di consumismo e turismo di massa, di migrazione e urbanizzazione di massa, di attivismo globale per i diritti umani.»

Il libro di Mark Gevisser è una raccolta di storie di vita che non può lasciare indifferenti su quello che sta accadendo nel mondo e che riguarda ognuno di noi perché riguarda la difesa dei diritti umani.

«Ho seguito un rifugiato ugandese gay da Kampala a Nairobi, nel vicino Kenya, fino al suo reinserimento in Canada. Ho passato qualche settimana con ragazzini trans e non-binari facenti parte di un gruppo di giovani Lgbtqqa (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans, Queer, Questioning e Asessuali) ad Ann Arbour, nel Michigan, e li ho seguiti nei loro spostamenti attraverso gli Stati Uniti. Ho passato del tempo con un gruppo di kothi – “cuore femminile in un corpo maschile” – a capo di un tempio in un villaggio di pescatori del sud dell’India, alla periferia di Pondicherry; e anche con alcuni ingegneri informatici transgender che lavorano per aziende multinazionali nella vicina Bangalore, con madri lesbiche in Messico e madri transgender in Russia, con queer palestinesi nei caffè alla moda di Tel Aviv e Ramallah e queer egiziani nei bar del centro del Cairo; sono stato ai Gay Pride di Tel Aviv e Delhi, Londra e Città del Messico. E ho anche seguito la nuova élite internazionale di attivisti e benefattori mentre viaggiavano per il mondo in un circuito infinito di incontri e conferenze, allo scopo di costruire reti a sostegno di questo nuovo impegno globale. Sono stato testimone dell’entrata in gioco di una nuova inquietante equazione mondiale: mentre i matrimoni omosessuali e il cambio di genere venivano celebrati in alcune parti del mondo come segni di progresso umano, in altre zone si inasprivano le leggi che condannavano le stesse azioni».

Ora che ci troviamo nel XXI secolo, ci dice Gevisser, la trincea rosa non è più una linea quanto piuttosto un intero territorio.

«È una zona di confine in cui i queer cercano di conciliare la liberazione e il senso di comunità che hanno potuto sperimentare online, in televisione e in spazi protetti, con le restrizioni imposte per strada, sui luoghi di lavoro, in tribunale e dentro casa. È uno spazio in cui i queer viaggiano avanti e indietro nel tempo ogni volta che alzano lo sguardo dal loro smartphone per guardare i loro familiari riuniti attorno al tavolo; ogni volta che escono da un locale notturno per tornare nella società. Da una parte il tempo scorre veloce, dall’altra ristagna».

Per quanto tempo ancora dovremo denunciare fatti ignobili come quello accaduto nei giorni scorsi, vittima un ragazzino dodicenne di Roma che, all’uscita da scuola, è stato aggredito da un gruppo di coetanei omofobi e violenti?

Dal DDL Zan ai delitti nella comunità lgbt: il caso Giarre

Mentre in Senato si discute sul disegno di legge Zan, finalizzato a prevenire e contrastare la discriminazione e la violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità, un altro libro ci parla delle vittime del pregiudizio, dell’intolleranza e delle battaglie compiute a difesa dei diritti della comunità Lgbt+.

Nel saggio Il delitto di Giarre. 1980: un “caso insoluto” e le battaglie del movimento Lgbt+ in Italia, in libreria con Rizzoli dal 22 giugno, Francesco Lepore, giornalista e studioso di storia della spiritualità cristiana, ripercorre la morte del venticinquenne Giorgio Agatino Giammona e del quindicenne Antonio Galatola, ritrovati senza vita il 31 ottobre 1980 sotto un pino marittimo nella Vigna del Principe a Giarre, cittadina del catanese dove per tutti i due ragazzi erano i ziti, «i fidanzati», e Giorgio era additato quale puppu cu bullu: un «frocio patentato», accusato di aver traviato un giovane innocente.

Il delitto di Giarre

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Lepore riporta alla memoria collettiva un duplice assassinio che ancora oggi chiede giustizia, ricostruendo la vicenda che scosse l’opinione pubblica e che costrinse per la prima volta la comunità a riconoscere l’esistenza di una discriminazione verso le persone omosessuali.

«Quasi abbracciati, mano nella mano, uccisi entrambi da un colpo di pistola alla testa», scrive Lepore nelle prime toccanti righe del libro. «I due erano scomparsi due settimane prima. È quello che sarebbe passato alla storia come il delitto di Giarre, la cui natura è rimasta fino a oggi non chiarita: fu suicidio, omicidio-suicidio o assassinio per mano del tredicenne Francesco Messina, che il 2 novembre ritrattò la confessione resa, dicendo di essersene assunto la responsabilità su pressione dei carabinieri? Una cosa è certa: Giorgio e Toni morirono di pregiudizio. Pregiudizio radicato nella comunità giarrese, che ancora tende a tacitare la memoria di quanto avvenuto sotto quel pino marittimo». Oggi quel pino non c’è più «ma, insieme alla reliquia di quello che fu il testimone silenzioso del delitto», continua Lepore, «resta vivo, nella collettività Lgbt+ italiana, il ricordo di Giorgio e Toni, la cui morte venne quasi a segnare, in senso unitario, la nascita di quanto fu inizialmente indicato come movimento di liberazione omosessuale».

Il delitto di Giarre non è soltanto un’inchiesta giornalistica sulla tragica morte di due giovani e sul procedimento giudiziario che ne seguì, condotta sulla base di articoli apparsi sulla stampa dell’epoca e sulle dichiarazioni testimoniali provenienti dall’ambiente familiare degli ziti, da quello civico giarrese e da quello di attivisti e attiviste partecipi di quella stagione. «Su questa eterogenea documentazione si fondano la pista interpretativa e la verosimile soluzione del caso che ne ho dedotto», spiega Lepore. «Ma c’è, in filigrana, anche la narrazione di quattro decenni di battaglie e rivendicazioni del movimento Lgbt+ italiano», alla cui nascita e formazione è dedicata una parte del volume. Lepore riprende i fili di una pagina di storia nel nostro Paese e ci racconta di come, diretta conseguenza del delitto, sul finire del 1980 si costituì a Catania il Fuori! – Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano – e, il 9 dicembre 1980, «a poco più di un mese dalla grande manifestazione tenutasi a Giarre, cui parteciparono attiviste e attivisti di tutta Italia come Enzo Francone e Bruno Di Donato, nonché i radicali con Francesco Rutelli, fu fondato a Palermo il primo nucleo di Arcigay grazie al contributo di varie persone, tra cui Gino Campanella e Massimo Milani», oggi presidente onorario di Arcigay Palermo e consigliere nazionale di Arcigay. «Il 31 ottobre 2020, a quarant’anni esatti dal rinvenimento dei corpi dei due ziti, proprio Gino e Massimo si sono uniti civilmente a Giarre, quasi a chiudere idealmente il cerchio».

Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay dal 2010 al 2012 e attuale coordinatore dei Comuni Unesco della Sicilia, racconta a Francesco Lepore:

«I pochissimi gay dichiarati e riconoscibili che si vedevano a Giarre sembravano usciti dal film Il vizietto, con soprannomi come Ninetta o a Scarpara vecchia. Di Giorgio tutti sapevano che era gay, ma per il resto era un ragazzo come gli altri e non si nascondeva. Avevo tredici anni quando, in quel terribile 1980, arrivò la notizia che “i due”, prima scomparsi, erano stati ritrovati morti mano nella mano. Ero troppo piccolo perché potessi assistere a discorsi espliciti: in casa si bisbigliava, forse perché io stesso, nella mia sofferta consapevolezza, ero già in qualche modo “indiziato” di omosessualità, forse perché, per la mentalità dell’epoca, parlare di due ragazzi così notoriamente chiacchierati era inopportuno di fronte a un adolescente timido e riservato. Eppure in giro le chiacchiere si attorcigliavano: le percepivo, le intuivo, qualche volta le coglievo nitidamente. Qualcuno ne parlava con disprezzo, altri con distacco o con ironia, ma più o meno la diceria era quella: prima scomparsi per fuga d’amore o forse anche solo per sesso, quindi ritrovati morti in circostanze non chiare. Fu solo allora che da più parti si scaricò la colpa sul maggiorenne Giorgio, reo, nel comune sentire, di aver rovinato il piccolo Toni. In ogni caso, nei primi giorni successivi al 17 ottobre non era apparso così assurdo che due puppi fossero momentaneamente scomparsi, perché era abituale associare la condizione dei “diversi” al buio, al torbido, alla stranezza.»

Giorgio e Toni si allontanano da casa quattordici giorni prima del ritrovamento dei loro corpi. «Da quale paura si credeva che fossero presi Giorgio e Toni tanto da non ritornare? Quella per un amore inconfessabile?», si chiede Lepore mentre ripercorre i primi momenti dalla scomparsa dei due giovani, quando i parenti delle vittime si affannano a negarne l’omosessualità, le indagini si infrangono contro un muro di silenzio e i punti da chiarire restano tanti, ancora oggi.

Il delitto di Giarre è un libro che tenta di far luce su un caso insoluto, ripercorrendo nel frattempo le tappe compiute in quarant’anni di battaglie e traguardi del movimento Lgbt+ italiano, pagine che accompagnano il lettore in un pellegrinaggio della memoria a Giarre da cui ripartire «per le nuove, costanti battaglie di rivendicazione», scrive Francesco Lepore.

«Fare di questo libro un memoriale della vita, morte e risurrezione di Giorgio e Toni: è quanto mi sono prefisso di fare, e spero di esserci riuscito, almeno in minima parte. Risurrezione», conclude l’autore, «nei cuori delle persone Lgbt+, che ai due ziti, colpevoli solo di essersi amati alla luce del sole e di aver svelato così l’ipocrisia di una società “tollerante” oltre quarant’anni fa, sono debitrici.»

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