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Giusi Fasano racconta ventuno storie di vite spezzate sul lavoro

Nel 2021 i morti sul lavoro sono stati 1221. Tre al giorno. Ventuno alla settimana. E ventuno sono le storie di vita spezzate sul lavoro che Giusi Fasano, giornalista del “Corriere della Sera”, ricostruisce nel suo nuovo libro, Ogni giorno 3. Ricordi di vite perdute sul lavoro, in libreria con la prefazione della ministra della Giustizia Marta Cartabia.

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Il 28 di aprile si celebra la Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro, ragione in più per fermarsi a riflettere su cifre che sembrano incredibili se non fossero attestate dalle statistiche nazionali. Eppure, a dispetto del dramma che rappresentano – ovvero persone che muoiono mentre stanno lavorando – queste cifre sono diventate «una sorta di dato “accettabile”. Numeri ai quali ci siamo abituati al punto da non farci quasi più caso», denuncia Giusi Fasano nell’introduzione al volume.

Coautrice del bestseller Io ci sono di Lucia Annibali, l’avvocatessa di Pesaro che il 16 aprile 2013 fu aggredita sotto casa da un uomo assoldato dall’ex fidanzato per sfigurarla con l’acido, in oltre trent’anni di cronaca nera e giudiziaria Giusi Fasano ha dato voce a molte vittime di violenza, di tragedie e di drammi nazionali. Oggi, con le ventuno storie raccolte nel volume, prova a tener viva l’attenzione sul binomio lavoro-sicurezza, tanto fragile quanto trascurato, alla luce delle allarmanti classifiche sui decessi e sugli infortuni sui luoghi di lavoro. Eppure, fa giustamente notare la giornalista, sembra quasi che non ci facciamo più caso, anestetizzati forse dalle dimensioni gigantesche di un fenomeno su cui andrebbero convogliate con volontà e serietà maggiori risorse e maggior impegno da parte di tutti.

«E se fossero i terroristi a uccidere tre persone al giorno? Avremmo reazioni politiche, militari, giudiziarie… e la nostra soglia di attenzione sarebbe diversa, di certo molto più alta», s’interroga provocatoriamente Giusi Fasano tra le pagine di Ogni giorno 3.

«Invece per i lavoratori che perdono la vita quotidianamente è alta soltanto l’asticella dell’indifferenza collettiva. Dov’è l’errore? Che cosa è mancato finora?». Di certo, suggerisce l’autrice, «è stata carente, quando non del tutto assente, la cultura della sicurezza del lavoro». Ma non è questa l’unica spiegazione, l’unica lente da cui guardare a una sciagura nazionale e collettiva. «Non abbiamo mai avuto controlli all’altezza della complessità e del numero di attività sul territorio», spiega la giornalista. «Anche perché, a partire dalla riforma sanitaria del 1978, la competenza per controlli e vigilanza sui luoghi di lavoro è sempre stata materia delle aziende sanitarie (e quindi delle Regioni), a esclusione dei settori edilizia e ferrovie (in capo all’Ispettorato Nazionale del Lavoro). Con il risultato evidente che ciascuna Regione si è regolata con politiche, criteri e investimenti propri e, nel tempo, questo ha voluto dire controlli a macchia di leopardo: nel complesso insufficienti, ma con Regioni più virtuose e altre decisamente meno».

Una nuova legge, la n. 215 datata dicembre 2021, «sposta l’asse sull’Ispettorato Nazionale come agenzia unica per pianificare e coordinare gli interventi sul territorio. Non più una lettura della sicurezza centrata sulla sola tutela della salute ma su tutto: dalle retribuzioni al tipo di inquadramento contrattuale, dal reperimento del personale al lavoro nero e, ovviamente, a tutto ciò che riguarda la prevenzione legata anche agli strumenti di lavoro», continua Giusi Fasano. «Le aziende sanitarie continueranno con i compiti assegnati dalla legge del 1978 ma saranno obbligate a coordinarsi con l’Ispettorato, che diventerà il referente di tutto (comprese le competenze ispettive dell’INPS e dell’INAIL) e che conterà – entro l’estate del 2022 – oltre il 50% di ispettori in più: ai 4700 già operativi se ne aggiungeranno altri 2480».

Buone notizie che fanno ben sperare, dunque, ma resta d’altra parte lo sconforto, la rabbia, l’amarezza per quelle statistiche che fanno rabbrividire e che ci riportano a un passato recente di giovani, di donne, di lavoratori vittime innocenti, e a un presente inanellato da notizie che ogni giorno – e non si fa per dire – ci informano dalle homepage dei quotidiani dell’ennesimo incidente sul lavoro, dell’ennesima inchiesta per appurare le responsabilità.

«In questi anni la cronaca ci ha raccontato, sì, dei casi più “clamorosi” per il numero di vite perdute in un solo luogo o per la loro giovane età. Allora i riflettori si sono accesi tutti assieme all’improvviso. Ma è sempre stato un fuoco fatuo, il più delle volte destinato a spegnersi nell’arco di poche ore», riflette Giusi Fasano.

Ricordi di vite perdute

Come la vita perduta di Luana D’Orazio, ventidue anni, un figlio di cinque anni. È morta il 3 maggio 2021 stritolata dall’orditoio nell’azienda tessile in cui lavorava come operaia, a Montemurlo, in provincia di Prato. «Non era così che avrei voluto diventare famosa; e sì che era uno dei miei sogni più grandi. Fantasticavo di sfondare nel mondo della televisione o del cinema, avrei voluto iscrivermi a un corso di dizione, avevo anche fatto un casting per un film con Leonardo Pieraccioni».

Ogni giorno 3 è un racconto in prima persona di sogni, sentimenti, ambizioni, quotidianità, speranze; una narrazione che mancava, che scuote l’indifferenza e tocca le coscienze, guardando dentro le singole vite di chi non c’è più, raccontandole «partendo dall’emotività dell’addio a cui sono state costrette», attraverso i ricordi delle famiglie e degli amici che Giusi Fasano ha incontrato prima di scrivere il libro. Uomini, donne, ragazzi e ragazze, «spesso giovanissimi, che un giorno sono usciti di casa per andare a lavorare e non sono più tornati. A volte sono caduti per palesi violazioni delle più elementari norme di sicurezza, altre volte all’incrocio dei loro destini c’era ad aspettarli anche la sfortuna», scrive l’autrice. «In agricoltura come in edilizia, il manovale come l’operaia tessile, la dottoressa e il vigile del fuoco: storie di esistenze che potrebbero appartenere a decine di persone che conosciamo e incontriamo ogni giorno».

Il primo capitolo si apre con la voce di Giuseppe Demasi, operaio all’acciaieria ThyssenKrupp di Torino, morto il 30 dicembre 2007 dopo ventiquattro giorni di agonia, l’ultimo a lasciare questa Terra dopo Antonio, Roberto, Angelo, Bruno, Rocco e Rosario, i sei compagni di turno investiti il 6 dicembre 2007 dall’onda di fiamme e olio incandescente alla linea 5 dello stabilimento torinese.

Davide Chini, ventitré anni, tagliaboschi, è stato schiacciato dal faggio che stava tagliando in un terreno di Montecampione, in Valcamonica (Brescia). Era il 25 ottobre del 2017. Le donazioni raccolte al funerale sono servite per costruire una stalla che porta il suo nome in un villaggio del Kenya che fornisce latte a cinquecento bambini dell’orfanotrofio vicino.

Il 13 luglio 2015, mentre era occupata nell’acinellatura dell’uva in un vigneto di Andria, in Puglia, Paola Clemente, quarantanove anni, bracciante agricola pagata due euro l’ora o poco più, morì di infarto.  «Il suo cuore non resse a un altro giorno di una vita di troppa fatica nei campi», scrive Giusi Fasano. «Dopo il suo caso è stata approvata la legge “per il contrasto al caporalato e al lavoro nero in agricoltura”».

Ivan Rosalia, trentasette anni, era uno dei tanti operai all’opera per la costruzione del nuovo metanodotto Larino-Chieti. Il 16 ottobre 2021 fu ucciso a Lanciano, in Abruzzo, dalla frana di una trincea scavata per piazzare i tubi del metanodotto. Era un sabato, non avrebbe dovuto essere di turno ma venne richiamato per sostituire un collega. Si trovava a più di tre metri di profondità quando le pareti del fossato cedettero, seppellendolo.

Giovanna Curcio, quindici anni, lavorava senza contratto in una fabbrica abusiva di materassi a Montesano, sulla Marcellana (Salerno). Il 5 luglio 2006 divampò un incendio. Lei e la collega Annamaria Mercadante, quarantanove anni e due figli, si rifugiarono in bagno dove morirono asfissiate a causa della miscela tossica sprigionata dal materiale a fuoco.

«Ci aveva visto bene il mio povero papà. Pochi giorni prima che tutto andasse a fuoco, compresa la mia vita, era venuto a vedere dove lavoravo. Arrivato lì davanti mi aveva fatto chiamare e mentre mi aspettava gli era bastato dare un’occhiata dall’esterno. Vide fili elettrici e ciabatte multipresa ovunque, pile di materassi lavorati e da lavorare a dividere spazi strettissimi. “Se parte una scintilla qui vi accendete, fate la fine dei sorci” commentò. Me lo ripeté poi anche a casa: “Lì dentro è troppo pericoloso, non ci andare più”. Ma “lì dentro” si lavorava da anni e non era mai successo niente, obiettai. E poi volevo lavorare, quello era l’unico posto che ero riuscita a trovare. “Dai, papà, non ti preoccupare”.»

Sono, queste, soltanto alcune delle vittime del lavoro a cui Giusi fasano ha dato voce in Ogni giorno 3. Nella prefazione, la ministra della Giustizia Marta Cartabia racconta di una lettera consegnatale nei primi giorni di servizio al dicastero. «La signora Annunziata Cario aveva deciso di scrivere, per raccontarmi di Roberto, il suo figlio più piccolo – “il mio sostegno in tutto”, confidava – morto in un gravissimo incidente sul lavoro. Come a lui, è accaduto in contesti e modalità diversi, anche a Luana, a Davide, a Giovanna, a Giuseppe e poi ancora a Gabriele, Ivan, Alessandro, mentre guidavano camion, mentre lavoravano a orditoi tessili, mentre fabbricavano materassi o fuochi d’artificio. “Ogni giorno 3”, ci ammonisce la giornalista Giusi Fasano in queste pagine vibranti di vita, a cui consegna la memoria di storie che il più delle volte fanno fugacemente capolino nelle pagine di cronaca, per poi essere oscurate nelle drammatiche statistiche delle morti sul lavoro», scrive la ministra. «Una delle nostre peggiori sconfitte, per una Repubblica che rivendica, fin dal primo articolo della sua Costituzione, di essere “fondata sul lavoro”».