Andrew Morton racconta la vita della regina più amata d’Inghilterra

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Redazione BookToBook
19 Set 2022

Per successione dinastica e non per volere del popolo si eredita il trono, farà notare qualcuno in questi giorni di tributo alla regina Elisabetta, ma è pur vero che, come ci racconta la storia, nei secoli persino re e regine hanno dovuto darsi da fare, fuori e dentro i palazzi reali, per dimostrare di meritarselo. Ancor più vero oggi alla luce delle subitanee critiche di chi auspicava in una nobile abdicazione del principe Carlo a favore del figlio William. Così non è stato e King Charles III è il nuovo sovrano d’Inghilterra dall’8 settembre 2022, nel giorno della morte della madre Elizabeth II, The Queen, come titola incisivo il libro di Andrew Morton, tra i più autorevoli biografi della Royal Family al quale nel 1992 riuscì di pubblicare la sensazionale biografia Diana. La vera storia dalle sue parole, che scrisse con la diretta e rocambolesca collaborazione della stessa Lady D e che fu una vera e propria bomba mediatica, per il regno e per il mondo intero, con 58 settimane di permanenza nella lista dei bestseller inglese, traduzioni in 35 lingue e una serie infinita di dibattiti, documentari, film, serie tv che a quelle confessioni della principessa al giornalista britannico si sono ispirate.

Lady Diana racconta se stessa nel documentario tratto dal libro di Andrew Morton

Arrivato da poco in libreria con Rizzoli, The Queen. Elisabetta,70 anni da regina è quanto di più dettagliato e rivelatore si possa leggere sul conto della regina più longeva e più amata della storia, come confermano le cronache che ci arrivano dalla Gran Bretagna, a testimonianza di una partecipazione e di una commozione sì incredibili ma comunque incontestabilmente collettive e globali strette attorno alla dipartita di Lilibet, l’affettuoso diminutivo con cui venne chiamata la regina dalla tenera età.

The Queen

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Dalla tenerezza fanciullesca di una bimba destinata a regnare nei secoli prende avvio il libro di Andrew Morton, che si è occupato della monarchia britannica per oltre quarant’anni, un lungo e fruttuoso periodo durante il quale ha potuto incontrare i membri della famiglia reale, lo staff manageriale, «quelli noti come cortigiani, e i dipendenti di basso livello: valletti, autisti, guardie del corpo, cuochi, giardinieri, cameriere e altre persone che mantengono in movimento gli ingranaggi di questa antica istituzione», spiega lo stesso Morton. «Con il tempo alcuni sono diventati amici, mentre altri sono rimasti conoscenti. Hanno tutti una cosa in comune: una storia da raccontare, spesso sulla donna che la defunta Diana, principessa di Galles, chiamava “la capa”, Sua Maestà la regina, la sovrana che ha regnato più a lungo nella storia britannica. Nel ripercorrere la sua vita e il suo tempo, alcuni hanno preferito restare sullo sfondo ma altri sono felici che venga riconosciuto il loro contributo a questa biografia di una donna straordinaria».

Certe cose sulla regina Elisabetta te le può raccontare solo il biografo ufficiale

Un genere narrativo, quello delle biografie, che incontra sempre più i gusti del pubblico e che ben soddisfa la curiosità dei lettori sulla vita, sui segreti e sui misteri, sulle fragilità e sui peccati delle celebrità e che, spesso e volentieri, come nel caso di The Queen, aiuta in buona sostanza a capire le ragioni di tanto seguito. Se si ripercorre insieme all’autore la storia di Lilibet lungo i settant’anni di regno, ovvero attraverso i principali eventi storici, politici, sociali e mediatici a cavallo di due secoli, si coglie bene la grandezza di una donna che, al di là dei privilegi, della ricchezza esorbitante e di un potere monarchico che a molti appare ormai anacronistico se non democraticamente inaccettabile, si è meritata trono e popolarità non soltanto per diritto dinastico.

Nella prima parte del libro, dedicata ai primi vent’anni di Elisabetta primogenita di re Giorgio VI, Morton racconta a proposito dell’amore sbocciato tra Lilibet e Filippo, colui il quale diverrà il principe consorte:

«Forse il re stava cercando un motivo, non importa se pretestuoso, per respingere lo spasimante a distanza della figlia. Che lo riconoscesse o meno il sovrano era un individuo possessivo, che aveva trovato nella vita di famiglia una felicità e una pienezza del tutto assenti nella sua gelida infanzia. Aveva anche la sensazione che sua figlia, neppure ventunenne, fosse ancora troppo giovane per prendere una decisione così importante. La regina Maria, la sua temibile madre, non era della stessa opinione. Confidò all’amica intima Lady Airlie: “Elisabetta sa sempre perfettamente ciò che vuole. In lei c’è qualcosa di assolutamente risoluto e determinato”».

Nel febbraio del 1942, due mesi prima di compiere sedici anni, Lilibet fu nominata colonnello onorario dei Granatieri, il suo primo incarico ufficiale. «Uno degli effetti positivi del nuovo ruolo sociale assegnato a Elisabetta», scrive Morton, «fu quello di costringerla a confrontarsi una volta per tutte con la sua cronica timidezza, in ciò anche grazie all’aiuto della madre».

Come ricordò la vecchia amica Lady Prudence Penn, «la madre le disse: “Quando entri in una stanza cammina sempre passando al centro della porta”. Voleva dire di non entrare con un’aria contrita, di camminare come se fosse il capo. Fu un ottimo consiglio. E un consiglio che senza dubbio ha seguito per tutta la vita».

All’inizio del 1947 la famiglia reale salpò per il Sudafrica per un viaggio di quattro settimane in visita ufficiale in centinaia di città e villaggi. Il momento più atteso del viaggio sarebbe stato il discorso che la principessa Elisabetta doveva tenere in occasione del compimento della maggiore età. «Elisabetta chiarì fin dalla prima frase che l’esistenza che aveva scelto di consacrare all’espansione del Commonwealth non era una questione che riguardava soltanto i bianchi», riporta Morton.

«Colgo volentieri l’occasione per rivolgermi a tutti i popoli del Commonwealth e dell’Impero Britannico, dovunque essi vivano, a qualunque razza appartengano e qualsiasi lingua parlino», furono le parole della diciottenne Elisabetta. «Oggi desidero farvi una promessa. È molto semplice. Dichiaro dinanzi a voi che dedicherò tutta la mia vita, lunga o breve che sia, al vostro servizio e al servizio della grande famiglia imperiale cui tutti apparteniamo».

In ogni parte del globo «molti interruppero l’attività quotidiana per ascoltare le parole della principessa, che chiaramente provenivano dal cuore» e persino Winston Churchill, «notoriamente emotivo fino alla punta del suo famoso sigaro, ammise di essersi commosso anche lui». Il discorso durò sette minuti e fu un successo trionfale, conferma Morton, «anche se le sue dichiarazioni di apertura a favore dell’inclusione e dell’integrazione razziale caddero nel vuoto, quantomeno in Sudafrica. Nel giro di un anno il National Party salì al potere e il crudele sistema dell’apartheid divenne legge».

Sally Bedell Smith ha scritto la più completa biografia su Elisabetta II

Tanto le luci quanto le ombre hanno accompagnato, si sa, la notorietà di Elisabetta, regina a venticinque anni il 6 febbraio del 1952, nel giorno in cui morì l’adorato padre, re Giorgio VI. Elisabetta era di nuovo in viaggio ufficiale, questa volta col principe consorte quando, «per la prima volta al mondo», commentò un esperto cacciatore che accompagnava i reali in Kenya, «una giovane donna è salita su un albero come principessa ed è scesa il giorno dopo come regina».

Se l’avvento di una nuova sovrana giovane e bella fu accolto come un segnale di speranza e di ritrovato ottimismo da un paese messo in ginocchio da oltre dieci anni di guerra e di austerità, il peso e la responsabilità di sottoporsi al giudizio del popolo non tardarono a imporsi anche alla regina più amata di tutti i tempi. Stare dalla parte giusta della storia non è così semplice ma, come sostiene Andrew Morton, Elizabeth II «ha tollerato quantità parimenti eccessive di lodi e critiche».

In un articolo pubblicato nell’agosto del 1957 sulla “National and English Review”, il membro della Camera dei Lord Altrincham «prese di mira la regina e il suo entourage un po’ “provinciale”». Definiva il modo di parlare della regina «“una fastidiosa scocciatura”, la sua personalità quella di una “scolaretta bigotta” e i suoi discorsi “sermoncini infantili”. E proseguiva: “Come già sua madre, lei [la regina] sembra non essere in grado di mettere insieme anche poche frasi senza un testo scritto”».

Ma Elisabetta, scrive il biografo, «è stata una pacificatrice per natura, una seguace della via di mezzo nelle cose, un apostolo della tolleranza. È stata saggia, accorta, e a modo suo, sotto la fragile facciata, di gran cuore».

Durante la crisi del canale di Suez, fra i momenti più difficili dell’era elisabettiana e che, «a livello internazionale», commenta Morton, «segnò la fine del ruolo della Gran Bretagna come grande potenza mondiale, mentre a livello interno diede la libertà di mettere in discussione e criticare istituzioni fino ad allora inviolabili come la monarchia», la regina affrontò le critiche «a modo suo». Pur essendo a disagio di fronte alle telecamere, «accettò di fare la sua prima trasmissione di Natale in diretta, e riconobbe che era inevitabile che venisse considerata una figura lontana. “Spero vivamente che questo nuovo mezzo di comunicazione renda il mio messaggio natalizio più personale e diretto” disse dalla Long Library di Sandringham. Pur riconoscendo di non aver mai veramente raggiunto la vita personale dei suoi sudditi, proseguì: “Ma ora, almeno per qualche minuto, vi do il benvenuto nella pace della mia casa”. A quel tempo i televisori non erano ancora diffusi in tutte le famiglie, eppure lei attirò un pubblico impressionante di sedici milioni e mezzo di persone. L’abbraccio della famiglia reale ai mass media era iniziato».

“Normale” fu la parola che la regina fece propria, nota Andrew Morton in conclusione. «La sua esistenza è stata singolarmente privilegiata ma anche singolarmente limitata, sempre in guardia. Non ha mai permesso al suo cuore di governare la mente e tuttavia, ironicamente, sono state le faccende di cuore a segnare il suo regno».

Alla fine del 1992, l’anno in cui scoppiò il bubbone con la pubblicazione della biografia Diana. La vera storia dalle sue parole, lo stesso anno in cui divampò la crisi coniugale tra Andrea e Fergie e in cui, il 20 novembre, andò a fuoco il castello di Windsor, la regina tenne un discorso alla Guildhall di Londra per celebrare il quarantacinquesimo anniversario di matrimonio con il principe Filippo. «Con la voce roca per la tosse, parlò tristemente degli eventi di quell’anno. “Il 1992 non è un anno che ricorderò con piacere. Per usare le parole di uno dei miei corrispondenti più comprensivi si è rivelato proprio un annus horribilis”».

Diana

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Sebbene il protocollo e la tradizione siano state, per gran parte dei settant’anni di regno, «la sua rete di sicurezza, e talvolta si sono rivelate la sua rovina, in modo ancora più evidente dopo la morte di Diana», più in là con l’età, scrive Morton nelle ultime pagine di The Queen, la regina ha saputo assecondare la propria personalità, «più rilassata e disposta a lasciarsi andare, il suo sarcasmo pungente quanto i suoi Martini serali».

La sovrana con il regno più lungo della storia «si è dedicata alla famiglia, al suo popolo e al più ampio consesso delle nazioni. Attraverso i tanti sconvolgimenti e le sorprese che hanno costellato il suo regno da record, lei si è distinta per spirito di servizio e dedizione, e ha osservato sfilare gli anni spesso con una scintilla maliziosa negli occhi. Nei momenti buoni e in quelli cattivi è stata una presenza salda, pronta a celebrare o mostrare compassione, e la sua vita è il riflesso del cammino della nostra isola in guerra e in pace. Amatissima e immensamente popolare, passerà alla storia come la nostra regina più grande». God Save the King.

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