Storie che parlano a tuttə

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Redazione BookToBook
05 Ago 2023

Che cosa vuoi trovare tra le pagine di un libro? Quali letture speri che ti emozionino, che ti distraggano sul divano la sera, che ti accompagnino in vacanza? Cerchi il brivido da thriller o la riflessione da memoir? I romanzi che narrano della nostra contradditoria contemporaneità o le storie che danno voce alle donne capaci di parlare a nome di tutti? In un mare di libri, tra montagne di libri fra cui scegliere, qualche consiglio te lo diamo, seguendo la rotta della scrittura femminile e di alcune scrittrici che, coi loro titoli arrivati in libreria nei mesi scorsi, hanno conquistato il cuore e la mente di lettrici e lettori.

Sulle note di Blue di Joni Mitchell

A un certo punto, in Musica da camera singola. Appunti sull’amore e sul farsi una vita, Amy Key, poetessa e scrittrice inglese, racconta delle vacanze. Un argomento che potrebbe apparire secondario per un memoir che scandaglia, in prima persona, che cosa significhi affrontare la vita da sola per una donna cresciuta sentendosi dire che una vita felice è una vita di coppia. «Quando cercavo “vacanze da soli” su Google non mi riconoscevo mai in quello che veniva proposto. “Da soli” era una categoria che coincideva con l’essere single e il non avere una storia d’amore. Il compito della vacanza pareva correggere quella situazione presentandoti altri “single” o assegnandoti un itinerario preciso per distrarti dalla tua misera solitudine». Per molto tempo Amy Key aveva creduto che, in quanto donna sola, «in pubblico tutti gli sguardi sarebbero stati fissi su di me. O qualcosa di potenzialmente più scocciante per il mio ego: che mi stessi liquefacendo nell’invisibilità del non essere giovane, qualcuno che non valeva più la pena guardare. Una cosa che dovevo ancora scoprire, e che continuo a imparare, è che nessuno mi guarda nel modo in cui mi guardo io, con gli occhi allenati a identificare ogni punto debole per confermare che sta ancora lì». Nient’affatto secondario, non trovi?

Musica da camera singola. Appunti sull’amore e sul farsi una vita

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Attraverso la confessione autobiografica, sulle note di Blue di Joni Mitchell, che accompagna come una musa la poetessa inglese da oltre trent’anni, Musica da camera singola. Appunti sull’amore e sul farsi una vita s’insinua con delicatezza tra i tuoi dubbi, le tue fragilità e i bilanci in passivo del tuo passato, ma non ti lascia sola. Ti pone moltissime domande su chi vorresti essere per davvero, se sei disposta a fare a meno della sicurezza offerta dai modelli preconfezionati di realizzazione del sé e dagli stereotipi culturali, a partire dai paradigmi triti e ritriti sull’amore.

«Ho fatto del mio meglio per non porre la domanda: Perché sono single?, anche se mi arrovello e ho molte teorie al riguardo. Ma sono motivata dalla solitudine e dalla vergogna che ho provato in questa situazione, e dai monologhi crudeli a cui mi sono sottoposta. So che non sono la sola a sentirsi così. Anche se è più insolito vivere fuori dal perimetro di una relazione sentimentale di quanto lo sia vivere al suo interno, credo possa essere utile a tutti riflettere sui modi in cui è possibile crearsi una vita piena di bellezza senza delegare ogni cosa all’amore romantico.»

Amy Key è una donna che ha vissuto molte esperienze; da bambina ha subito un abuso sessuale che ancora la danneggia; non provò vergogna quando, a diciannove anni, scelse di abortire; è una donna che crede di poter sperimentare la maternità e la costruzione di una famiglia «senza assumere lo status di genitore, incoraggiata da quello che le persone queer fanno da secoli: scegliersi una famiglia elettiva». E che, ancora oggi, si chiede: «Come sarebbe andata la mia vita se mi fossi detta: Sono bella, sono abbastanza, e se avessi imparato a esserne consapevole?».

Tra tarocchi e codici miniati

Se invece ti affascina il lato oscuro della nostra fame di conoscenza, quel desiderio ardito di predire il futuro insito nella storia dell’umanità, l’ambizione di sfidare il destino e l’ira divina a tuo rischio e pericolo, se hai una passione per i tarocchi e per il medioevo, allora non puoi non addentrarti fra I chiostri di New York di Katy Hays, docente di storia dell’arte al suo esordio in narrativa con questo thriller tanto seducente quanto l’occulto, nella bestseller list del “New York Times” all’uscita negli Stati Uniti e in corso di pubblicazione in svariati paesi del mondo. L’ambientazione è perfetta per la lettura: Ann, la protagonista, è una giovane studentessa di storia dell’arte che ottiene un tirocinio estivo al Metropolitan Museum of Art di New York. Per un disguido dell’ultim’ora (o per un gioco del destino?), viene assegnata alla sede distaccata del Met, il Cloisters, un maestoso labirinto di chiostri spagnoli rinomato per la sua collezione di arte medievale. Dovrà occuparsi dell’allestimento di una mostra sulla divinazione insieme all’enigmatica Rachel, l’assistente dell’affascinante Patrick, il curatore del Cloisters. «La morte mi ha sempre fatto visita ad agosto», sono le prime parole che ti verranno incontro aprendo I chiostri di New York. Non ti sveliamo altro se non le suggestioni di queste righe: «Dante chiamava la sorte “ministro di Dio”. Sorte, nient’altro che un termine desueto per indicare il destino. Gli antichi greci e i romani facevano tutto in funzione del destino. Costruivano templi in suo onore e sottomettevano le loro vite ai suoi capricci, consultavano sibille e profeti, esaminavano le viscere degli animali e interpretavano i segni». E se la nostra vita e anche la nostra morte fossero già state scritte?, si chiede Ann, «se un lancio di dadi o una mano di carte potesse svelare il finale, lo vorreste sapere?».

I chiostri di New York

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Il primo romanzo di Jenny Jackson, direttrice editoriale

Restiamo a New York, e più precisamente nel quartiere delle strade della frutta di Brooklyn Heights, dove vivono gli Stockton, facoltosa famiglia di immobiliaristi da generazioni. Ricchi sfondati, insomma. Chip ha ereditato una fortuna da suo padre Edward, che a sua volta l’aveva ereditata dai genitori; Tilda, la moglie di Chip, vanta un lignaggio ancora più prestigioso, nobili impegnati da sempre in politica. È l’alta società newyorkese, al centro di Pineapple Street, romanzo d’esordio di Jenny Jackson, vicepresidente e direttore editoriale di un’importante casa editrice di New York che, abitando lei stessa a Brooklyn Heights, ci racconta molto da vicino virtù ma soprattutto vizi dell’1% più ricco del mondo. Una deliziosa quanto impietosa commedia di classe che ci offre uno sguardo critico, ironico e pungente su quella fetta di società contemporanea che potrebbe apparirci sempre e comunque vincente se non fosse che, dietro ai privilegi di classe, al lusso ostentato, esibito, professato e al luccicante business milionario, in realtà nasconde un fragile sistema di conformismi, di invidie e di ipocrisie, di arroganza wasp e di un inconfessabile strisciante razzismo. Cord, il primogenito di Chip e Tilda, ha sposato Sasha, che fa la graphic designer e che alle spalle ha una famiglia normale; una donna indipendente, giudicata dalle cognate un’arrampicatrice sociale. Darley, la secondogenita, ha dovuto rinunciare a parte dell’eredità per sposare Malcom, un genio della finanza con l’unico difetto di essere della Corea del Sud. Georgiana, la più piccola dei tre, ventisei anni, lavora per un’organizzazione no-profit, le guance diventano rosso fuoco appena si imbarazza e ha una cotta gigantesca per il suo capo. In un avvicendarsi di capitoli ognuno dedicato a un membro della famiglia (il primo, non a caso, è dedicato a Sasha), seguiamo con spasso le vicende familiari in cui ci coinvolge l’autrice svelandoci, via via, tutta la vacuità di un sistema di classe tanto radicato e patriarcale quanto contestabile persino dall’interno, addirittura dalle donne.

Pineapple Street

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Dall’altra parte dell’oceano, a Dublino, vivono Ruth e Pen. Non si conoscono. Ruth è una psicologa, ha quarantatré anni ed è in crisi con la vita e con il marito, provata da un estenuante, doloroso e fallimentare percorso di fecondazione assistita. Pen ha sedici anni e soffre di un disturbo dello spettro autistico. Vorrebbe urlare ogni volta che sente dire “diverso”. «Diverso è come speciale, una di quelle parole che le persone ripetono con una specie di enfasi, convinte di dimostrarsi piene di tatto. Pen vorrebbe mettersi a urlare: “Di’ solo quello che pensi veramente”, mentre poi la gente le direbbe che si scalda troppo». Ruth e Pen è la toccante storia a due voci che ci racconta Emilie Pine, vincitrice dell’Irish Book Award con il memoir Appunti per me stessa, pubblicato da Rizzoli nel 2019 e diventato un libro culto in Gran Bretagna.

Emilie Pine ha qualcosa da dire a tutte le donne, e non solo

Ruth e Pen si incontreranno per caso durante una manifestazione di protesta contro il cambiamento climatico, l’unico momento in cui si sfioreranno le loro vite, che la scrittrice irlandese, docente di drammaturgia allo University College di Dublino, ci racconta per parlarci del nostro tempo attraverso la lente di due figure femminili non convenzionali, diverse da come la società le vorrebbe.

Pine ascolta Claire-cioè-mamma che sa come parlarle, ascolta la donna-psicologa durante le sedute. Pine si interroga in continuazione, pone domande alle quali noi adulti fatichiamo a rispondere: «È meglio avere sogni non realizzati o meno progetti che però poi si realizzano?»; «quello che vuoi da un’altra persona è lo stesso o di più di quello che vuoi da te stessa?». Durante la manifestazione, insieme ai suoi amici che discutono e concordano sull’urgenza di immaginare come sarebbe un mondo a emissioni zero, Pine si chiede: «Se tutti sono d’accordo, se le persone in questa stanza sono d’accordo sul fatto che questa è la crisi della loro generazione, se gli scienziati sono d’accordo e i governi ammettono che hanno ragione, che è una cosa seria che deve essere affrontata e ne faranno una priorità… allora come mai succede ancora?».

In quella giornata particolare nel XXI secolo, sulla strada del nostro tempo, Ruth fa l’ultima visita di controllo, fibromi intramurali, si sono ridotti, «cose di cui essere grati: niente più crescita, niente più emorragie. Niente cancro». Ruth sta tornando a casa, il marito sta tornando da un viaggio di lavoro a Londra, più che altro una scusa per prendere tempo, per riflettere sul loro futuro insieme. «È vero», pensa Ruth, «che se ti costringi a sentire il dolore puoi anche sentire la gioia. Lo dirà ad Aidan e lui farà una faccia dubbiosa, ma lei dirà sul serio e forse questo li farà ricredere entrambi».

Ruth e Pen

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Alla fine di questa giornata particolare, Pine pensa che «forse la terapia l’aveva aiutata, facendole capire che non era sbagliata, che era solo se stessa. Forse Claire aveva avuto ragione anche su un altro punto, che puoi essere veramente te stesso solo quando lasci entrare le persone, quando lasci che le persone ti vedano».

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