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Lo sport non fa per me

«Lo sport non fa per me» è una delle frasi che più di frequente Riccardo Gazzaniga, autore di Abbiamo toccato le stelle e del nuovissimo Colpo su colpo, si ripeteva spesso da piccolo.

Riccardo Gazzaniga racconta la sua relazione con lo sport

Il testo che segue è scritto dall’autore


Ne ero abbastanza convinto, da piccolo.

Del resto la mia famiglia mi ripeteva che lo sport era tempo sottratto alla scuola,  sudore, rischio di raffreddori, febbri, malattie di misteriosa natura, lavatrici in più.

E poi  io avevo l’asma, allergica e da sforzo, cosicché bastava una corsetta dietro un pallone per farmi ansimare. Se avessi compiuto veri sforzi i miei polmoni poco capienti potevano farmi venire una crisi pericolosa.

Lo sport non faceva per me, non c’era rimedio, ero nato sfigato e destinato a restare tale, a guardare bambini e poi ragazzi e poi adulti più muscolosi, più atletici, più reattivi di me come guardi un bignè in pasticceria quando sei a dieta.

A proposito di diete, poi,  la mia era pessima e – senza sport – ero pesante, avevo la pancia, respiravo male, mi sentivo debole.

Poi un giorno, ormai adulto, succede che vado al mare a Moneglia e decido di fare improbabili tentativi di nuotare.

Mi sposto troppo avanti, finisco dove non si tocca più il fondo.

Annaspo, mi spavento, riguadagno la sabbia sotto i piedi dopo attimi di terrore.

Quel giorno decido che basta, devo cambiare le cose.

Lo sport come esperienza umana

Vado in piscina, il mio maestro coi capelli rasta mi grida ridendo “nuota, sbirro!” e io imparo a nuotare e mi piace e inizio ad andarci da solo, una volta, due, tre alla settimana; ottanta, cento vasche per volta.

Perdo peso, guadagno fiato, scopro che l’asma – allenandomi – diminuisce insieme alla pancia. Nuoto per anni, mi annoio, ma nuoto, con la costanza monacale che metto in tutte le cose importante, prima fra esse la scrittura.

Qualche anno dopo, quando un caro amico mi propone di provare a praticare savate, uno sport di combattimento vicino alla kickboxing.

Per mesi dico «non fa per me».

Poi però rifletto, penso alle molte cose che non ho provato e osato nella mia vita e decido di andare.

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E qui non mi annoio, anzi, mi innamoro quasi subito della durezza degli allenamenti, del sudore, dei lividi, del rispetto fra avversari, del contatto fisico per me che l’ho sempre temuto, anche negli affetti.

Lo sport, ancora una volta, diventa esperienza umana, di conoscenza di sé e del mondo e, inevitabilmente, finisce anche nella mia scrittura.

Così, dopo aver scritto Abbiamo toccato le stelle per raccontare di atleti e atlete capaci di andare oltre lo sport per cambiare il mondo, quando inizio a immaginare la storia di Giada Pastorino che lotta per affermare la sua diversità e unicità nel mondo, immediatamente penso a un ring e a una lotta che diventa anche fisica.

Ma non tanto contro un avversario, perché non è quello il principale rivale di chi combatte: su un ring, dentro una piscina, nella vita, in fondo ti confronti prima di tutto con te stesso, con le tue paure, i tuoi limiti, le tue fragilità. Lotti contro i “non fa per me”.

E, chi l’avrebbe mai detto, alla fine puoi anche vincere.