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Questo libro non s’ha da fare: Lolita, di Vladimir Nabokov

A volte lapidarie, altre impietose: sono le lettere di rifiuto ai manoscritti dei capolavori della letteratura mondiale, che non sempre sono stati accolti bene dagli editori. Leggerle con il senno di poi e immaginarsi le reazioni di chi li ha avuti tra le mani lasciandoseli sfuggire può essere un esercizio divertente!

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia.»

È uno degli incipit più famosi della letteratura, eppure non dev’essere per niente piaciuto al primo editore che si è visto recapitare le bozze di un Nabokov ancora sconosciuto ai più. Vladimir Vladimirovič Nabokov, che dopo la rivoluzione del 1917 aveva lasciato per sempre la sua madre-patria Russia, ai tempi di Lolita viveva e lavorava negli Stati Uniti. Qui, a partire dal 1940, aveva iniziato a tradurre le proprie opere dal russo e a scriverne ex novo in lingua inglese. Tra queste ultime, Lolita, uno dei primi romanzi concepiti negli Stati Uniti. Naturalmente, Nabokov tentò di pubblicare questo romanzo nella terra del “sogno americano”, ma dopo aver bussato alle porte di diverse case editrici – le più grandi, come Viking Press, Simon&Schuster, New Directions, Farrar e Doubleday – capì che non c’era niente da fare. Qualcuna di loro, gli rispose in questo modo:

«Per gran parte è nauseante, anche per un freudiano illuminato… è una specie di incrocio instabile tra una realtà orribile e una fantasia improbabile. Spesso diventa un sogno a occhi aperti nevrotico e selvaggio… Consiglio di seppellirlo sotto una pietra e tenerlo lì per almeno mille anni.»

Nabokov propose, dunque, il prezioso manoscritto a una casa editrice francese, specializzata in letteratura erotica, la Olympia Press, che lo pubblicò nel 1955. Fu immediatamente un caso editoriale, e arrivò a essere definito dal «Sunday Times» di Londra come «uno dei migliori romanzi dell’anno». Il resto è storia.