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Irish fairy tales, la porta d’ingresso per epoche e luoghi lontani

Per secoli, i detentori e custodi della cultura e della storia delle genti d’Irlanda sono stati i seanchaithe, i “cantastorie” a cui veniva tributato rispetto e onore come a dei veri sacerdoti. Le Fiabe irlandesi raccolte da James Stephens riportano alla luce questo patrimonio letterario, espressione di un prezioso tesoro di conoscenze sull’incontro del mondo reale con quello soprannaturale e fiabesco.

Le illustrazioni di Arthur Rackham che accompagnano il volume restituiscono alla perfezione il fascino e la magia delle storie presentate in questa edizione, permettendoci di riviverle fedelmente con la straordinaria spontaneità dello spirito originario.


Le irish fairy tales

dall’introduzione di Melita Cataldi


Finn, l’eroe più caro agli Irlandesi (assai più che l’aristocratico Cuchulainn), diventa in Joyce non un personaggio ma un’immagine astratta, puro archetipo, prototipo dell’uomo irlandese, Adamo celtico, antieroe che riassume in sé tutti gli eroi, figura ciclica, di caduta e resurrezione: memoria di un antico divino splendore, presente esperienza di decadimento e sfacelo, attesa di una salvezza futura.

Il Fionn di Stephens, protagonista della maggior parte di queste Irish Fairy Tales, è invece personaggio concreto e ben definito. La sua esistenza viene seguita, per episodi, dalla perigliosa infanzia all’autorevole e saggia vecchiezza, ed è osservata nello specchio delle sue passioni: la giovanile trepida scoperta della natura, del soprannaturale e della ostilità degli uomini, il sentimento della solitudine, il co raggio non marziale, l’intraprendenza spericolata, l’amore appassionato per la bella Saeve, tenero per il piccolo Oisín, fedele per i suoi cani da caccia, e soprattutto la irrefrenabile curiosità per l’altro mondo, il mondo «altro», il nuovo, per «la musica di ciò che accade».

Stephens riprende e accentua così alcuni dei caratteri che la più antica tradizione letteraria attribuiva a Fionn: mobilità, intuito e scaltrezza, abilità poetica e veggenza, libertà da rigidi vincoli territoriali e sociali, e un audace stare ai confini e oltrepassarli.

Ma se di queste Irish Fairy Tales Fionn è il centro, l’unità del libro è data altrettanto dalla sua cornice, dalle due ampie storie che aprono e chiudono l’opera: storie in qualche modo affini e collegate perché in entrambe Finnian, un santo abate vissuto nel VI secolo, induce un testimone privilegiato dell’antichità pagana a rievocare quel passato.

Nel primo caso il narratore, Tuan, rivela di aver assistito, dai tempi del biblico diluvio, ai primi insediamenti in Irlanda; nel secondo caso il narratore, Cairidé, riferisce quanto era stato udito raccontare dal re Mongan riguardo a una sua precedente esistenza, in un tempo in cui già le istituzioni cristiane convivevano con quelle pagane.

Le storie su Fionn, che si raccontava fosse vissuto nel III secolo, si collocano dunque cronologicamente entro quelle due epoche estreme.

Questa cornice vale insieme come apologia del prezioso atto di narrare e come omaggio a quegli illuminati monaci irlandesi che nel corso di tutto il Medioevo apprezzarono e salvarono dall’oblio il patrimonio letterario autoctono.