Franco Battiato, l’arabo mitteleuropeo

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Redazione BookToBook
03 Dic 2021

È tutto vero quindi, Franco Battiato è passato da queste parti. Per “queste parti” intendiamo “su questo incredibile pianeta”, alla periferia della galassia.
Se state leggendo vuol dire che anche voi lo sapete, ci ha regalato molto, ci ha lasciato molto. Non solo la sua musica ma anche il suo pensiero, trasmettendolo in più modi e su frequenze diverse.

Sì, è tutto vero. Franco Battiato è passato fortunatamente su questa terra e dopo ben 76 lunghi anni ha deciso di volare via, altrove, “nello spazio tra le nuvole” come canta in un suo famoso brano, Gli uccelli.

Franco Battiato, arabo mitteleuropeo, è stato un uomo umile, geniale, colto, eclettico, avanguardista e sperimentale come la sua produzione musicale ci insegna.

Prova di quanto Battiato fosse straordinario sono le parole d’affetto, gli aneddoti e i ricordi raccontati ne L’alba dentro l’imbrunire. Una storia illustrata di Franco Battiato, volume a cura di Francesco Messina e Stefano Senardi, da poco in libreria per Rizzoli Lizard. Un vero e proprio viaggio nella vita del cantautore siciliano per conoscere meglio la sua musica, i suoi interessi, le sue letture, la pittura, i viaggi, ma soprattutto ciò che lui stesso – in un suo celebre brano – ha definito “un’altra vita”: la sua ricerca spirituale, un cammino che per tutta la sua esistenza ha seguito e praticato.

L’alba dentro l’imbrunire

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Il volume, con oltre trecento fotografie, consta di sedici capitoli e raccoglie diversi contributi di artisti e personalità del mondo culturale come Alice, Vincenzo Mollica, Morgan, Gino Castaldo, Ernesto Assante, Ombretta Colli, Elisabetta Sgarbi, Eugenio Finardi e molti altri che hanno voluto omaggiare Battiato ricordando incontri, dialoghi, telefonate, concerti e viaggi con parole commoventi e sincere. D’altronde, come scrive giustamente Stefano Senardi, uno dei curatori, «ognuno ha conosciuto un Battiato diverso, ma tutti hanno condiviso la bellezza della sua persona e della sua opera».

Battiato comincia dalla musica leggera, passando per il rock progressivo, fino al raggiungimento del successo con L’era del cinghiale bianco del 1979 che lo ha reso noto ai più non solo per l’eclettismo musicale, ma anche per le parole dei testi, scelte con accuratezza e intrise di cultura generale, geografia, storia, cinema e tutto lo scibile umano. Impossibile non aver mai danzato al ritmo di sette ottavi sulle note di Voglio vederti danzare (sì, potrebbe valere anche la versione di Prezioso feat Marvin) e non aver mai cantato brani come La cura, Prospettiva Nevski o Centro di gravità permanente.

Ma com’era Battiato? Senardi e Messina hanno provato a descriverlo e raccontarlo in questo libro che spiega l’uomo prima del grande compositore.

«Con Messina ci siamo detti che nel libro avrebbe dovuto esserci il Battiato che conoscevamo noi, quindi dovevamo dare alle stampe un’opera ricca di idee e di immagini che lo raccontassero non solo come musicista, ma come uomo di cultura a tutto tondo.»

Battiato era incapace di dire di no, indipendente, a volte temerario, «considerato troppo strano. Non aderiva, non apparteneva, sfuggiva, era infedele prima di tutto a se stesso», e ad ascoltare le sue canzoni potrebbe quasi sembrare una figura mistica, che si sposta leggermente dai campi del Tennessee a Istanbul, da Ninive a Tozeur, passando per Alexanderplatz e l’Irlanda del Nord. D’altronde, come disse anche lui:

«Non è che io non sono cattolico e sono musulmano oppure buddista. Io non sono niente, lo voglio precisare. Sono una persona che cerca e che crede nella religione della vita, e basta. Mi interessa il sacro, l’aspetto mistico del vivere, senza nomi né ricette. Quello che sta sopra di noi è così totale e così universale che non può avere un nome: è semplicemente Tutto.»

Dall’antica Jonia a Milano

“Dopo molti bagni, altrettante partite a calcio e primi incerti rapporti con una piccola chitarra che gli era stata regalata” Battiato ben presto si stufa di stare lì a “guardare davanti a sé solo la proiezione dell’ombra di ciò che accadeva alle sue spalle”, e decide così di lasciare la sua Sicilia, soleggiata e abbandonata, per emigrare verso la grigia – ma viva e già dispensatrice di buone opportunità – Milano.

Ombretta Colli, moglie di Giorgio Gaber, ricorda affettuosamente quel ragazzo altissimo, magro come un chiodo, con un naso abbastanza pronunciato, che alle otto di una mattina suonò alla porta della villetta a schiera, in zona Città Studi, dove Colli viveva con Gaber. E dalle sue parole traspaiono la serenità e la leggerezza di Battiato che chiese di parlare con Giorgio Gaber (il quale fino alle 14 circa non riceveva nessuno). Ombretta Colli rimase colpita dal musicista catanese tanto da invitarlo a fare colazione.

Seduti in cucina, tra marmellate, fette biscottate, tè e caffè siamo rimasti a parlare per ore. Non potrò mai dimenticare il senso di familiarità, credo corrisposta, che avvertivo per questo bizzarro e affascinante personaggio. La considerazione più ironica e banale che facemmo in seguito, ricordando quel nostro primo incontro, era che ci fossimo già conosciuti in altre passate esistenze.

E questo è solo uno dei tanti aneddoti raccolti nel volume in cui amici e collaboratori raccontano momenti personali e divertenti condivisi con Battiato. Un altro, molto “buffo”, è l’episodio che Marinella Venegoni – giornalista musicale – visse con Battiato a Mosca dove si teneva Sanremo in the World. Durante quella trasferta Battiato desiderava assistere a un balletto al Bol’šoj. I biglietti erano terminati ma Venegoni, seguendo il consiglio di un amico, urlò davanti al teatro “Biglietti” e un po’ di persone si avvicinarono a lei per venderglieli. Alla fine del primo tempo la giornalista trovò Battiato a chiacchierare con tre tipi biondi: erano della sicurezza.

Finimmo, lui ed io, nei sotterranei del teatro, e non vedemmo mai il secondo tempo. Entrammo che saranno state le quattro del pomeriggio, uscimmo alquanto provati verso le due di notte. […] Tutti cercavano di farsi descrivere i bagarini, le facce e il colore delle loro giacche imbottite.

Morgan, invece, racconta che a Battiato piacque la versione di Prospettiva Nevski dei Bluvertigo (contenuta nel disco tributo Battiato non Battiato del 1996) e dialogando con Roberta Castoldi ricorda momenti passati con Battiato e soprattutto i loro discorsi relativi all’ambito musicale. Alla domanda “Chi è l’erede di Franco Battiato?”, Morgan risponde:

Non c’è un erede da un punto di vista artistico. Ma c’è una responsabilità da parte di coloro che restano (e mi sento parte): è quella di gestire il suo lascito inteso come eredità culturale. Una responsabilità enorme perché si tratta di far continuare a vivere le sue idee.

Tra album e concerti

Nei sedici capitoli, introdotti dall’art-director Francesco Messina, ci si addentra – grazie a un fil rouge – in tutta la produzione musicale di Battiato, il quale ha passato la sua vita a sperimentare generi e suoni, a scrivere canzoni non solo per sé, ma anche per altri, e a volte a girare qualche film.

Ovviamente non mancano neanche le narrazioni dei tanti concerti fatti, come quello in Vaticano, il 18 marzo 1989, in cui Battiato si esibì di fronte a Karol Wojtyła, Papa Giovanni Paolo II oppure quello a Baghdad del 4 dicembre 1992, al Teatro Nazionale Iracheno, accompagnato dall’orchestra de I Virtuosi Italiani e dall’Orchestra Sinfonica Nazionale Irachena.

Molto più di un concerto, a dire il vero, dato che quell’esibizione faceva parte dell’iniziativa umanitaria per l’infanzia irachena Un ponte per Baghdad e, al ritorno, furono portati in Italia dieci bambini che avevano urgente bisogno di cure mediche specialistiche.

D’altronde, Battiato, a Baghdad fece un vero e proprio viaggio contro l’embargo.

«Fortunatamente nella vita ho imparato che non sempre il bene sta dove lo si annuncia e il male sta dove lo si addita: ci sono zone con milioni di colori. Trovavo veramente assurdo che dovesse essere sottoposto ad uno strazio simile un popolo che non ha niente a che vedere con un dittatore. Perché punire i bambini e le famiglie che non potevano prendere il latte o i medicinali. Ma siamo pazzi! Ho preso una posizione su quell’embargo. La mia chiara idea era quella di andare lì. Non sono un politico quindi non pensavo di smuovere chissà cosa. Era solo il gesto di un artista che ogni tanto fa vedere che si può anche “pensare”.»

E non ha mai fatto mistero di quanto fosse affascinato dall’Oriente, forse perché – come soleva dire – in lui di siciliano c’era “la parte araba”.

Lo sappiamo, Battiato poteva “mettere in musica l’orario dei treni o le Pagine gialle con risultati altrettanto interessanti”, ma non era soltanto un cantante e un musicista.

“Uno e trino, anzi molto di più, dunque: regista, cantante, attore, autore, compositore, performer, ma anche scrittore, filosofo, pensatore, intellettuale, poeta. E potremmo andare avanti ancora senza trovare mai la definizione giusta, perché Battiato e la sua arte sono simili all’aria che respiriamo, che è ovunque, che è fondamentale per la nostra vita, ma che non possiamo afferrare, rinchiudere, fermare”, questo dice di lui Ernesto Assante, giornalista, autore e critico musicale.

Toccanti, infine, sono le parole del giornalista Vincenzo Mollica che scrive: «Per tutto quello che ci ha donato sono convinto che non ci abbia mai lasciato. Una volta gli chiesi: “Cosa vorresti che rimanesse di te?”. Rispose allargando le braccia: “Un suono”.»

Sappiamo, in realtà, che di lui è rimasto molto, ma molto, di più.

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