Nonostante la censura, la voce di Fang Fang è libera

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Redazione BookToBook
06 Dic 2022

Da che mondo è mondo, nei momenti più bui, nelle epoche storiche più critiche la verità dei fatti rischia sempre di soccombere, sopraffatta da una qualsivoglia ragione di Stato, dalla più spregiudicata propaganda di regime oppure, nell’intima e familiare sfera privata di ogni singolo cittadino, dalla scelta di alcuni di dimenticare. Succede anche oggi, nel bel mezzo di uno scenario internazionale scosso dai venti di guerra, in mesi in cui le tensioni tra le grandi potenze mondiali stanno rimettendo in discussione l’equilibrio dell’ordine geopolitico globale a un punto tale da rispolverare, come fa il direttore della “Repubblica” Maurizio Molinari nel suo nuovo saggio Il ritorno degli imperi. Come la guerra in Ucraina ha stravolto l’ordine mondiale, la definizione di “imperi”, reali e potenziali. Stati Uniti d’America e Unione europea, Russia e Cina: Molinari, autorevole esperto di geopolitica e relazioni internazionali, li osserva e li analizza muoversi sullo scacchiere internazionale, in una prova di forza tra democrazie e autocrazie, in una sfida per la leadership globale che non ha più connotati soltanto economici e diplomatici, ma anche militari. (E difatti il volume è arricchito, in apertura di ogni capitolo, da mappe a colori che aiutano a posizionare sullo scacchiere internazionale le dinamiche geopolitiche in corso e i possibili scenari futuri).

Il ritorno degli imperi

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Soprattutto nei momenti più bui, nelle epoche storiche più critiche le voci del dissenso, ovunque si levino, ricordano ai cittadini l’importanza di non affidarsi mai soltanto a un’unica versione dei fatti, ma di informarsi ascoltando più voci e più testimonianze, per formarsi una propria idea libera e indipendente da ogni tipo di condizionamento mediatico. In momenti come questi gli storici, come fa Paolo Mieli nel suo nuovo libro Ferite ancora aperte. Guerre, aggressioni e congiure, che si apre su un lungo capitolo dedicato ai rapporti tra Kiev e Mosca, consiglieranno sempre di consultare la storia, studiandone i traumi secolari che «non si cicatrizzano mai», sostiene Mieli, lasciando una scia di problemi che non si risolvono mai una volta per tutte ma si ripresentano sotto una forma diversa che noi non riconosciamo perché, semplicemente, li abbiamo dimenticati.

In questa partita tra ricordare e dimenticare, tra memoria e oblio, da parte sua la letteratura continua a offrire tra gli scaffali della libreria il proprio esercito salvifico di romanzi storici che spesso e volentieri possono aiutare, grazie alle voci libere che li compongono, a comprendere il mondo, tra passato e presente, tra finzione narrativa ed evocazione storica.

Fang Fang è una di queste voci libere. Nonostante la censura subita e reiterata, nonostante i tentativi di zittirla, Fang Fang (nome d’arte di Wang Fang) continua a scrivere. È considerata tra le voci più autorevoli, potenti e incisive del dissenso cinese. Le ultime sue opere letterarie sono state puntualmente prese di mira e censurate. Nata nel 1955, Fang Fang è una scrittrice pluripremiata; tra i tanti riconoscimenti ricevuti per le sue decine di romanzi e saggi, ha vinto il prestigioso premio letterario Lu Xun e il Prix Émile Guimet de littérature asiatique 2020. A Wuhan, dove si trasferì con la famiglia all’età di due anni, Fang Fang ha ambientato molte delle sue storie.

Wuhan

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Due anni fa, allo scoppio della pandemia mondiale da Covid-19, Fang Fang documentò in presa diretta da Wuhan i primi spaventosi giorni di quarantena attraverso le piattaforme social Weibo e WeChat. Dal 25 gennaio al 24 marzo 2020 registrò notte dopo notte quello che vedeva e che stava accadendo in Cina, tra la paura delle migliaia di persone travolte da un evento senza precedenti e le rigidissime misure di restrizione delle libertà individuali messe in atto dalle autorità. Man mano che il virus si diffondeva e la pandemia assumeva una dimensione globale e incontrollabile, Fang Fang cominciò a subire minacce e attacchi violenti da ogni angolo della rete. Il 25 febbraio 2020, a un mese esatto dai primi post pubblicati da Fang Fang, il professor Michael Berry, direttore del Center for Chinese Studies della University of California, che già stava lavorando alla traduzione in inglese del romanzo precedente della scrittrice, Come un seme sepolto dal tempo, iniziò a tradurre il diario in presa diretta, convinto che il mondo dovesse poter ascoltare la sua testimonianza. «Non avevo idea che tutto ciò si sarebbe concretizzato in uno dei progetti più esaltanti e, al tempo stesso, strazianti cui abbia mai partecipato», racconta Berry a proposito di Wuhan. Diari di una città chiusa di Fang Fang, che Rizzoli ha pubblicato nel giugno del 2020 (con la traduzione dall’inglese di Caterina Chiappa).

Arrivato da poco in libreria, Come un seme sepolto dal tempo è un romanzo storico sulla memoria e sui traumi della storia che procede per contrasti: ci riporta indietro, alla fine degli anni Quaranta dello scorso secolo, ai tempi della Riforma agraria di Mao Zedong e della repressione violenta e sanguinaria di un’intera classe di proprietari terrieri, per proporci una riflessione intima e collettiva, assolutamente attuale e perenne, sulla contrapposizione fra la tentazione di dimenticare le ferite della storia, per sopravvivere, come fanno alcuni personaggi del romanzo, e il dovere invece di farsi testimoni della memoria e della verità, come tentano di fare altri personaggi, in una pluralità di voci «che sprona i lettori ad affrontare questioni etiche fondamentali», suggerisce Berry, che si interroga e interroga a sua volta noi lettori su un dilemma storico: «Vogliamo salvarci sacrificando le questioni di principio, vogliamo tenere la bocca chiusa per evitare guai? O vogliamo interrogarci sul passato, documentare il presente, e dire la verità in faccia ai potenti?»

Come un seme sepolto dal tempo

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Il romanzo si apre sulla figura di Ding Zitao, «una donna che viveva lottando continuamente contro se stessa. Ormai era anziana». Così ce la presenta Fang Fang.

«C’erano come delle stranezze che le strattonavano la memoria, che tentavano di saltar fuori dalla mente. Cose che lei aveva sempre cercato di evitare, a cui da sempre resisteva. Questa resistenza era come una rete spessa e ben tirata che avvolgeva l’esercito di demoni continuamente in lotta per liberarsi. Per tutta la vita si era portata dietro quella rete, sempre pronta a respingere i demoni.»

Nella primavera del 1952 Ding era stata ripescata esamine dalle acque di un fiume nella provincia del Sichuan orientale; salvata da un medico, Wu, divenuto poi suo marito, finisce i suoi giorni sprofondata in un’amnesia che la isolerà dal mondo e dal figlio Qinglin che, dopo aver trovato i diari nascosti del padre, dopo essersi messo in viaggio per raggiungere i luoghi dell’infanzia dei genitori e per inseguire le poche tracce lasciate dal padre in quelle strane pagine misteriose, solleverà il velo sulla storia sepolta dalla madre e sul dramma collettivo di un intero paese.

Leggere Fang Fang «Wuhan. Diari da una città chiusa»

Così è che Come un seme sepolto dal tempo si fa caso letterario internazionale: al momento della pubblicazione in Cina, nell’agosto del 2016, il romanzo riceve un’ottima accoglienza, insignito del più prestigioso premio letterario cinese, ma nel giro di poche settimane subisce critiche e attacchi, sparendo infine dalle librerie, vittima della censura.

«Subito dopo l’uscita per la People’s Literature Publishing House, Come un seme sepolto dal tempo è stato elogiato dalla critica cinese e ha persino vinto l’ambito premio letterario Lu Yao, dedicato all’amato autore di romanzi umanistici, quali Rensheng (“Vita”) e Pingfan de shijie (“Il mondo ordinario”)», testimonia il professor Michael Berry nella postfazione al romanzo. «Tuttavia, qualche mese dopo il romanzo ha subito vari attacchi. Su alcuni periodici e siti web è comparsa una serie di articoli aspri e di denuncia, e a Wuhan (lo stesso giorno in cui Fang Fang riceveva il premio letterario Lu Yao) si è tenuta una conferenza per attaccare il libro. Come un fantasma politico riapparso dall’epoca della Rivoluzione culturale, la conferenza aveva tutte le caratteristiche delle “messe in stato d’accusa” degli anni Sessanta, compresa la presenza di un grande manifesto che dichiarava: “Come un seme sepolto dal tempo è un’erbaccia velenosa!”. Sono seguiti altri attacchi online, e alla fine del maggio 2017 il romanzo è scomparso dagli scaffali delle librerie cinesi. Un libro che aveva osato opporsi al codice del silenzio era stato messo a tacere».

Secondo il professor Berry, «la pubblicazione del romanzo è coincisa con una nuova ondata di controlli più serrati in ambito letterario, cinematografico e culturale in genere», dopo che nel 2013 Xi Jinping aveva introdotto il concetto del «raccontare la storia buona della Cina». Ma, soprattutto, spiega Berry, se da una parte «la storiografia nella Repubblica popolare cinese ha continuato a ritenere la riforma agraria una necessità storica, strettamente connessa alla legittimazione del Partito comunista cinese», dall’altra Come un seme sepolto dal tempo è un romanzo storico «che critica in parte il Movimento per la riforma agraria e si mostra solidale con la classe dei proprietari terrieri». Fang Fang «mette in discussione stereotipi fortemente radicati (come quello dei «malvagi proprietari terrieri» che compaiono in numerose opere socialiste), critica i meccanismi della “lotta di classe” e si oppone a regole letterarie non dette su come gli scrittori cinesi debbano ritrarre il passato».

E difatti tra le pagine più dure e toccanti del romanzo, indimenticabili sono quelle in cui Fang Fang descrive le “sessioni di lotta”, campagne d’odio e d’umiliazione pubblica a cui venivano sottoposti i proprietari terrieri dalle masse dalla guerriglia comunista, o quelle in cui alcuni dei personaggi richiamano l’orrore delle “sepolture morbide”, le sepolture senza bara delle vittime di questa storia da ricordare o da dimenticare.

«Volevo registrare, con la narrativa, i metodi crudeli utilizzati mezzo secolo fa contro chi viveva nelle campagne», spiega Fang Fang nell’intervista di Gianluca Modolo, corrispondente da Pechino per “la Repubblica”. «Dopo più di cinquant’anni di movimenti politici, la gente oggi ha quasi dimenticato un evento storico così importante. Quello che mi ha spinto a scrivere un romanzo sul destino di queste persone è stata una frase pronunciata dalla madre di un mio amico: “Non voglio una sepoltura morbida”. Mi ha ricordato che anche il passare del tempo è una sorta di sepoltura. Anzi, per queste persone che non hanno un posto nella Storia, è una sepoltura più profonda, senza tracce».

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