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22 . 03 . 2017

Thriller da leggere: Un piccolo favore, l’esordio di Darcey Bell

"Astuto, ironico, sovversivo: una storia deliziosamente velenosa." L.S. Hilton, autrice di Maestra

I thriller da leggere non finiscono mai, per fortuna!

Dopo averti parlato dell’esordio di Shannon Kirk con Il metodo 15/33 uscito lo scorso febbraio in libreria, a marzo è la volta di un altro thriller da leggere, e anche questa volta si tratta di un esordio. Ma con una storia ben diversa.

Con un anticipo milionario nesti Stati Uniti e un’uscita in contemporanea in 25 paesi, Un piccolo favore di Darcey Bell sembra essere uno dei titoli di punti di HarperCollins del 2017.

Tutto ha inizio con un piccolo favore tra madri. «Puoi passare tu a prendere Nicky?» chiede Emily alla sua migliore amica, Stephanie. E Stephanie, mamma di Miles, è felice di dare una mano, guidata dall’urgenza di essere utile, di sentirsi in qualche modo importante per gli altri. Quel giorno però Emily non torna a prendere suo figlio, e non risponderà alle telefonate, né ai messaggi. Stephanie, preoccupata, smarrita, si avvicina al marito della sua amica, Sean, gli sta accanto e si prende cura di lui e del bambino. E col passare dei giorni si innamora. Poi la notizia. Un corpo è stato ritrovato nelle acque del lago, e la polizia conferma: si tratta di Emily. Suicidio, il caso è chiuso. Ma è davvero così? Presto, Stephanie si renderà conto che niente è come sembra, e dietro l’amicizia, l’amore, o anche la semplicità di un piccolo favore, si nascondono invece una mente subdola e un disegno perverso e diabolico.

Un piccolo favore è un thriller psicologico ad alto tasso adrenalinico, ricco di imprevisti e colpi di scena, denso di segreti e rivelazioni, che scivola tra amore e lealtà, morte e vendetta. Qui Darcey Bell ci presenta due figure femminili opposte, eppure per certi versi affini, di cui il lettore capirà presto di non potersi fidare.

3901687-9788817093606

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Un piccolo favore – Le prime pagine del thriller da leggere


Ho lasciato i bambini a scuola e ho accompagnato Sean alla stazione. Poi sono tornata a casa. Avevo iniziato a pensare a quella casa come alla mia casa. Non più come a casa di Emily e di Sean.

Ho preparato un caffè e mi sono seduta al tavolo della cucina illuminato dal sole. Poi ho portato il caffè in soggiorno e mi sono spostata sul divano. Per un attimo ho pensato: il divano di Emily, ma poi mi sono forzata a smettere di vedere tutto in quei termini. Adesso era il mio divano.

Ho pensato alla mia vita fino a quel momento e alla possibilità che le cose si fossero finalmente assestate. Con un po’ di fortuna, avremmo potuto continuare così. Non mi sarebbe dispiaciuto.

È squillato il telefono. Quello di casa, che non usava mai nessuno.

Mi sono precipitata a rispondere. Il display diceva CHIAMATA INTERURBANA. Ho sollevato la cornetta e subito me ne sono pentita: all’altro capo c’era il silenzio che si sente appena prima che scatti un messaggio pubblicitario preregistrato. Stavo per riagganciare, quando ho sentito una voce. «Stephanie. Sono io.»

Era Emily. Avrei riconosciuto quella voce ovunque. «Dove sei?» le ho chiesto. «Dimmelo!»

«Fuori. Ti sto guardando.»

Sono corsa da una finestra all’altra. Lì fuori non c’era nessuno.

«Vai in cucina» ha detto la voce. «Alza la mano. Ti dirò quante dita stai mostrando.»

Ho alzato la mano e sollevato due dita.

«Due» ha risposto lei. «Riprova.»

Stavolta ho alzato entrambe le mani. Sette dita.

«Un numero fortunato» ha detto Emily.

«Sei sempre stata una ragazza sveglia. Okay, devo scappare. Per il momento. Ci sentiamo presto.» Quella era sempre stata la formula di congedo di Emily: ci sentiamo presto.

«Aspetta!» ho gridato al ricevitore. C’erano così tante domande che volevo farle. Ma come potevamo iniziare quella conversazione, con me in casa sua, che vivevo con suo marito?

«No. Aspetta tu.» Lo stavo immaginando o suonava come una minaccia? Ha riagganciato.

Ho guardato le cose di Emily. I mobili di Emily. La sua casa. Era impossibile che fosse successo. Nel giro di poche ore sono riuscita a convincermi di aver immaginato quella telefonata. Mi ero stesa sul divano. Forse mi ero addormentata e l’avevo sognata. Avevo fatto dei sogni molto vividi da quando Emily era morta.

In alcuni c’era anche lei. Forse era uno di quelli. Eppure non ero convinta. Una parte di me sapeva che era successo davvero. La mattina seguente, quando sono tornata a casa dopo aver accompagnato i bambini a scuola, ho posato la spesa e dopo aver preso un paio di respiri profondi mi sono addentrata nel bosco.

Ho calcolato dove doveva trovarsi Emily per potermi osservare alla finestra.

Mi sono fermata lì e ho guardato la casa. Non si muoveva niente. Era inquietante. Ho sentito dei rami spezzarsi nel cuore del bosco. Non riuscivo quasi a respirare. Poi ho visto me stessa oltre i vetri della finestra. In casa. E quella è stata la cosa più spaventosa. Quella ero io. Eppure non ero io. Io ero qualcun altro. Ero completamente sola. Ero nel bosco.

E stavo spiando me stessa.

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Redazione BookToBook

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